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domenica 20 novembre 2016

The Monster, di Bryan Bertino (2016)


Kathy e Lizzy, madre e figlia, si trovano in panne su una strada sperduta in mezzo a un bosco durante una notte di pioggia. Il rapporto tra le due non è idilliaco ed è giunto il momento per Lizzy, di trasferirsi dal padre. Le due protagoniste non possono tuttavia sapere che nella fitta boscaglia si nasconde una creatura crudele assetata di sangue...

Lo scarso tempo che ormai mi rimane per scrivere recensioni, risucchiato dai più vari impegni lavorativi, mi induce a visionare film che mi vengono perlopiù segnalati da amici blogger bravissimi e sensibilissimi rispetto alla materia che trattiamo qui, ad esempio la sempre ottima Lucia Patrizi oppure da altri che non cito altrimenti dovrei occupare lo spazio di metà recensione con i link dei loro blog (ma potete vederli tutti in fila nel blog scroll qui accanto). 

Veniamo dunque a quest'ultimo film di Bryan Bertino, autore acclamato (giustamente) di "The Strangers" (2008), home invasion movie ormai quasi cult del medesimo sottogenere, e opera prima di un Bertino che si era fin lì sempre e solo occupato del comparto luci su vari sets cinematografici. Direi che "The Monster" è da considerarsi la sua opera (per il momento) più matura, poiché possiede tonalità liriche di notevole spessore. La scrittura filmica mi ha fatto venire in mente, quasi immediatamente "La strada" di Cormac McCarthy(e credo che questa associazione, sebbene proveniente dal mio umile preconscio, non sia un caso), con la differenza che nel film ci viene raccontato il dolentissimo viaggio umano e reale di una madre e di una figlia la cui relazione problematica è narrata da Bertino con una finezza psicologica secondo me senza uguali. 

Si tratta di una relazione fondata sull'odio reciproco, e già questo non è poco. Si tratta di una relazione profondamente disfunzionale, che cattura subito la nostra attenzione molto più -è utile dirlo- del monstrum da cui viene il titolo del film. Questo aspetto a me pare il fulcro estetico di tutto questo film, che è, alla fine, più un bellissimo, toccante, dramma psicologico che descrive il rapporto mortifero tra una giovane madre, e una figlia (una bambina di circa 11,12 anni), che un film perturbante a causa del mostro di turno. Certo, la Creatura ha un suo ruolo ben centrale, all'interno dello script. Tuttavia il vero mostro è questo intreccio affettivo tra una giovane Ella Ballentine, che interpreta Lizzy (bravissima e da applauso a scena aperta per tutto il corso del minutaggio) e una altrettanto giovane, impreparata, dall'emotività borderline Zoe Kazan (intensa, arrabbiata, odiosa al punto giusto), nei panni di Kathy, la madre. Il vero mostro viene costruito da Bertino attraverso un'architettura narrativo-filmica che utilizza il flashback come metodo appropriato per mostrarci la "verità" circa la relazione tra le due "piccole donne": flashbacks che lentamente, ma inesorabilmente ci conducono verso un inchiostro nero depressivo, smontando tutte le nostre speranze di riscatto e di catarsi, avvolgendoci in un clima sempre più plumbeo che è accompagnato in modo ottimo da una colonna sonora orchestrata mediante beats secchi, martellanti. L'ambientazione tra boschi immersi in una pioggia che è simbolicamente rappresentazione di un legame simbiotico mortifero tra le due protagoniste, è indicatissima, soprattutto quando viene mostrata dal regista con alcuni tocchi molto poetici di inquadrature fisse e scure che riprendono foglie verdi gocciolanti oppure il pietrisco bagnato, oppure la portiera del pick up che gronda acqua, e ancora acqua. Sempre e solo acqua.

Dicevamo che non è tuttavia secondaria la figura del mostro. Ma anche qui Bertino innova considerevolmente il genere perturbante, poichè il mostro è radicalmente eccentrico, come dicevo più sopra, rispetto al ruolo delle due donne, che certamente devono lottare contro di lui, ma la vera lotta, potremmo dire, è già avvenuta quando Lizzy era nella pancia di sua madre: è certamente una bambina nata da un agito sessuale della madre, un errore di gioventù, considerato quanto Kathy è giovane per come la vediamo nel film. Inoltre Lizzy è una bambina maltrattata (la sequenza dello schiaffo che Kathy infligge a Lizzy è per noi molto più angosciante di molto inutile, torture porn che possiamo vedere ovunque). La bambina ha un "padre" che scorgiamo per pochi secondi durante una sequenza drammaticissima nella quale ci domandiamo come abbia potuto resistere emotivamente fino a quel momento in un ambiente così degradato sul piano psicologico. In questo senso dico che per Lizzy la "lotta contro il mostro" è cominciata molto, molto prima di incontrarlo sulla strada (in stile McCarthy) che percorre in automobile con la madre. Il mostro di Bertino è una sorta, quindi, di concretizzazione perturbante di molto, molto altro, un pò come il Babadook di Jennifer Kent. 

Certo, il finale appare un pò stiracchiato e poco credibile, soprattutto dopo che il regista ha costruito una psicologia del personaggio di Lizzy così venata da aspetti deprivativi sul piano affettivo che sono molto realistici. La sequenza della bomboletta spray assume qui la funzione di una sorta di "deus ex machina", che probabilmente in fase di sceneggiatura non deve aver molto convinto nemmeno lo stesso Bertino (che firma appunto anche lo script). Ma è pur vero che a Bertino non interessa l'azione in quanto tale, ma il pathos che riesce a far crescere di minuto in minuto, e in questo è un vero maestro. 

Film di grande profondità e levatura etica, "The Monster" si fa testimone di un degrado relazionale che vede i minori sempre meno tutelati e "accompagnati" da caregivers che appaiono invece sempre più carenziati sul piano affettivo e cognitivo (non solo negli Stati Uniti naturalmente, ma anche in Italia, e anche nel ricco Nord Italia, dove, ahimè lavoro da anni proprio occupandomi di situazioni familiari altamente disfunzionali...). "The Monster" è in sintesi un film che consiglio assolutamente di vedere.

Regia: Bryan Bertino Soggetto e Sceneggiatura: Bryan Bertino Cast: Zoe Kazan, Ella Ballentine, Scott Speedman, Aaron Douglas, Christine Ebadi, Chris Webb, Marc Hickox Nazione: USA Produzione: Atlas Independent, Unbroken Pictures Durata: 1h e 31 min. 

mercoledì 26 ottobre 2016

Black Mirror, Stranger Things,The Leftovers e altro. Riflessioni sulle più attuali serie televisive.

                                Eleven, da Stranger Things (2016).

Desideravo da tempo mettere insieme alcuni pensieri sperabilmente sensati circa il trend perturbante contemporaneo più recente, che vede le serie TV sempre più protagoniste indiscusse di una nuova mitopoiesi narrativa nascente proprio sotto i nostri occhi, e quotidianamente. Una terrificante influenza che si è in questi giorni abbattuta sul sottoscritto mi permette dunque di avere il tempo di provare a mettere insieme questi pensieri. Come diceva un noto psicoanalista ginevrino, ogni tanto “ammalarsi fa bene”. Non si tratta, come vedrete, di una vera e propria recensione, ma di una riflessione che naturalmente passa a volo d'uccello su varie serie, diverse tra loro, comunque caratterizzate da tematiche ascrivibili al Perturbante, alcune delle quali mi sono piaciute di più mentre altre di meno. In veritá (partiamo da questo prima riflessione), ciò che mi colpisce particolarmente di questo proliferare di serie TV che sono seguite da milioni di telespettatori (compreso il sottoscritto, che ama il cinema e odia la TV, attenzione), è intanto proprio il fatto che ciò che caratterizza quelle maggiormente seguite è proprio l'aspetto perturbante. Non si tratta cioè di quelli che una volta si chiamavano "sceneggiati", cioè storie usualmente tratte da opere famose di vario genere, ad esempio storico. Le attuali narrazioni seriali sono tutte caratterizzate da un loro naturale, quasi scontato attingere al genere Perturbante in quanto tale. E credo che questo, innanzitutto, rispecchi lo Zeitgeist. Il nostro tempo è infatti attraversato da un senso di precarietà, di perdita e di "lutto sociale", di instabilitá del senso di speranza, che non sono mai stati così intensi, e che forse l'umanità, almeno in area europea, ha provato forse solo durante la Prima e la Seconda Guerra Mondiale. Crisi economica, sfiducia totale nei confronti della politica intesa come contenitore ideologico e guida etica, nuove patologie tossicomaniche utilizzate come sedativo a questo senso di lutto generalizzato, senso di precarietà nelle nuove generazioni che non vedono orizzonti progettuali realizzabili, divaricazione mai vista prima tra potere dell'alta finanza e povertà assoluta della rimanente parte dell'umanità, ridotta a "consumatrice/schiava" di tale dispositivo economico-capitalistico, sono tutti ingredienti che vanno a formare il background affettivo per la generazione delle narrazioni perturbanti che vediamo proposte e raccontate nelle serie TV che più ci piacciono.

                                      

Emblematica in questo senso è senz'altro The Leftovers, di Damon Lindelof, dalla quale mi sembra giusto cominciare, poiché pone il lutto come principale protagonista di un plot che ci introduce immediatamente in una dimensione melanconica in un senso quasi psichiatrico del termine. Una melanconia descritta in chiave iperbolica potremmo dire, dove la perdita dell'oggetto diventa il motore di tutto ed è perturbante in sè (e come potrebbe non esserlo?). Sul piano tecnico molte sono le sequenze che sottolineano pesantemente tale aspetto di natura francamente depressiva, a partire dal bellissimo primo episodio, con quel carrello della spesa che improvvisamente si sposta da solo mentre là voce di un bambino chiama smarrita: "Papà, dove sei, papà?", il tutto condito da una colonna sonora struggente e architettata ad hoc dall'ispiratisimo Max Richter. Quale perdita più tragica di quella di un padre per un bambino? Naturalmente, sul piano narrativo tutto ciò non é niente di nuovo, basti pensare a Bambini nel tempo, il famoso libro di Ian Mc Ewan, autore perturbante come solo gli inglesi sanno essere. Ma qui il punto é che il tema del lutto, della perdita, della destrutturazione melanconica del soggetto, non è oggigiorno solo roba da intellettuali inglesi continuatori di Virginia Woolf. Questo tema sembra oggi invadere tutto e tutti, al punto che la TV lo fa suo, come se, avendo annusato l'aria che tira, le case di produzione avessero colto l'opportunità di cavalcare subito questo mood che sta investendo l'umanità.



Elemento ulterioriormente significativo è che la qualità di questa nuova estrinsecazione estetico-televisiva del mood depressivo che sta coinvolgendo il mondo occidentale, è incredibilmente buona, pensata e, in buona parte, molto profonda. Anche Stranger Things, dei Duffer Brothers, splendido affresco perturbante sci-fi ambientato negli anni '80, in fondo mette in scena una nostalgia per un passato in cui lo spettatore medio era senza dubbio un bambino, avvolto in una sensazione di eternità delle cose, degli affetti, dell'amicizia e dell'amore. Questo microcosmo caldo e fusionale, all'interno della sceneggiatura di Stranger Things, è messo a dura prova dal "papà"/scienziato pazzo di 11, la bambina superdotata, e quindi questo tecnocrate folle si fa rappresentante di una realtà che diventa Superio sadico distruttivo, rompendo quella bolla di tenerezza nella quale i Duffer ci fanno guardare con nostalgia e tenerezza. Anche qui, dunque, viviamo un lutto rispetto alle "cose andate" che non torneranno, un lutto nei confronti della nostra rassicurante onnipotenza infantile di uomini che pensavano erroneamente l'umanità come un valore stabile, continuò, inestinguibile. Stranger Things (come ancora di più, altre serie televisive odierne, coralmente) ci indica che stiamo tutti vivendo il lutto per la graduale perdita della nostra umanità. Stiamo cioè entrando in un periodo storico-culturale in cui sono attivi processi di de umanizzazione graduale, soprattutto relativamente ad uno scollamento progressivo tra tecnologia e legame affettivo, aspetto che costituisce l'essenza del legame tra esseri umani. Anche Lost, nato dal genio di J.J. Abrams, Damon Lindelof e Jeffrey Lieber, descrive un disastro, cioè quello che in psicoanalisi Wilfred Bion ha definito un "cambiamento catastrofico", non tanto, e non solo, dei passeggeri del volo 815 dell'Ocean Airlines, ma dell'umanità intera che quei passeggeri rappresenta, costretta in un un "nuovo mondo" (cioè in un nuovo tempo) senza più riferimenti, a vivere una perdita irreversibile che li lega e li fa soffrire. Sembrerebbe, cioè, che gran parte delle odierne serie televisive, stia costruendo una mitopoiesi del dolore della perdita, un dolore -questo sembra essere il messaggio che le accomuna – che non é stato vissuto a tempo debito: un dolore mai sofferto, ma, anzi, sempre accuratamente evitato, e che adesso torna a chiedere il conto. Penso che questo aspetto sia centrale nella poetica interna che muove le storie raccontate dalle serie televisive che ci appassionano in questi anni, scalzando decisamente il ruolo del cinema, di cui si sente parlare sempre meno, nei blog, suo social e dovunque. Questo "dolore mai vissuto", a cui non è mai stato dato sufficientemente spazio, che si è sempre cercato di evitare, sembra essere connesso ad una lenta e graduale perdita di umanità favorita essenzialmente dal progresso della tecnica, che pone sempre di più l'uomo su un piano di subalternità e di dipendenza tossica dalla tecnologia stessa, e che si fa onnipervasiva, quotidiana, intrecciandosi strettamente con i diktat dell'economia (un potere economico che a sua volta diventa Superio sadico, come lo scienziato pazzo che vuole sfruttare i poteri di Eleven in Stranger Things, oppure come il misterioso fenomeno della scomparsa improvvisa del 2% di umani dalla faccia della terra in The Leftovers).



Un'altra serie da ricordare perché anch'essa ci parla di un'umanità perduta, è senz'altro Wayward Pines, ideata da Chad Hodge, sulla base dei romanzi di Blake Crouch. Qui viviamo in un futuro in cui l'umanità é davvero estinta e messa a dura prova dall'assalto di mostruosi muta forma geneticamente degenerati e aggressivi. E anche qui siamo sotto il dominio ideologico di uno scienziato pazzo, il dottor Jenkins. Il “visioning” che sottende la scrittura filmica di Wayward Pines è decisamente pessimistico circa la possibilità, da parte dell'uomo, di gestire quel “disagio della civiltà” necessario alla convivenza civile, disagio di cui ci ha parlato Freud nel suo famoso saggio pubblicato nel 1930. Un pessimismo che non è solo di Freud, ma anche quello di molti psicoanalisti contemporanei, primo fra tutti Andréè Green, che non vedono nel progresso della cultura e della tecnica un'antidoto efficace alle spinte distruttive che albergano da sempre all'interno della comunità umana. 



Una delle ultime serie prodotte, Black Mirror, ideata da Charlie Brooker e prodotta da Endemol e Netflix, approfondisce con stile estremo questo intreccio perverso e annichilente tra tecnologia e deumanizzazione, frantumando il genere seriale stesso, e costruendo episodi singoli per ogni puntata, lasciando come unico filo conduttore che li lega l'ambientazione in un futuro tanto iper tecnologico quanto sinistro e paranoiogenico. Il Black Mirror é infatti lo schermo digitale, interfaccia cui costantemente, quasi inenterrottamente, siamo connessi nelle nostre vite. Ogni secondo infatti siamo davanti ad uno schermo (televisione, pc, smartphone, tablet, bancomat, etc), e in ogni luogo ci troviamo (casa, lavoro, metropolitana, automobile, scuola: forse solo in chiesa o su un campo da tennis non siamo in presenza di un qualche "black mirror"). Lo specchio di un gadget tecnologico ci ha ormai definitivamente soggiogato, l'inanimato guida le nostre esistenze e noi abbiamo permesso a questo inanimato di dominarle. L'uccisione lenta, progressiva, dell'umanità sta avvenendo sotto i nostri occhi, attraverso una tecnicizzazione che noi stessi abbiamo permesso. Le serie televisive odierne cercano quindi di recuperare una dimensione affettiva sempre più estinta attraverso un lavoro del lutto operato mediante una mitopoiesi del Perturbante molto profonda, molto sottile quanto utile. Una sorta di terapia collettiva inconsapevole. Tali temi stanno in verità investendo recentemente anche il mondo dell'economia: ho avuto ad esempio notizia che alcune aziende milanesi stanno organizzando corsi di "disintossicazione dall'uso di smartphone" per i propri dirigenti. Non sono novità di poco conto, se una organizzazione professionale utilizza i propri soldi per simili progetti, ciò è segnale di un degrado psichico che comincia farsi preoccupante. Ma torniamo a Black Mirror, ultimo nato della nuova estetica perturbante seriale. Si tratta di un quadro molto crudo della deriva tecnologica quando essa arriva a dominare completamente ogni piano del vivere umano e dell'interazioni tra individui. Per ora ho potuto visionare pochi episodi, per mancanza di tempo, ma ad esempio mi ha colpito il terzo della prima serie, intitolato "Ricordi pericolosi". In esso si racconta di un microchip inserito chirurgicamente dietro l'orecchio di ciascuno, che permette, previo uso di un semplice telecomando, di rivedere su schermi i ricordi delle proprie esperienze recenti e remote. Vi è una sequenza di questo episodio, in particolare, che esprime molto bene i possibili (e reali) effetti di una deriva tecnologica che arrivi ad uccidere il desiderio erotico - obiettivo che la tecnica sta peraltro egregiamente raggiungendo, considerato il proliferare del voyeurismo e dell'esibizionismo pornografico su internet. La sequenza è quella in cui il protagonista sta facendo l'amore con la sua compagna, ma decide di estraniarsi dall'esperienza utilizzando il telecomando che lo riporta ad altri ricordi erotici, che gli permettono di godere dell'amplesso aldilà della sua compagna. La stessa cosa, vediamo, sta facendo la sua ragazza. Qui stiamo parlando di un'esperienza dissociativa auto indotta che è consentita da un dispositivo tecnologico non così lontano da una sua realizzazione, in anni futuri. Una dissociazione che elimina il rapporto umano distruggendone una radice fondativa, quella appunto del desiderio erotico-sentimentale che, come si sa, é una pianta delicata, che ha bisogno di essere curata con attenzione e continuità. Certamente studierò meglio Black Mirror, poiché mi sembra uno sviluppo molto interessante di questo genere di prodotto estetico che, molto più di altri (di certo cinema, ad esempio) dipinge molto bene i tempi che viviamo, aiutandoci ad avere il polso della situazione circa le profonde mutazioni antropologiche che l'umanità sta subendo. Riflettevo in questi giorni sul fatto che Black Mirror sembra infatti sceneggiato direttamente dalla mano di un filosofo come Günther Anders, allievo di Heidegger, che con Heidegger stesso condivideva una certa preoccupazione circa la fragilità dell'Essere Umano. Fragilitá che per Anders consiste nell'incapacità dell'uomo a governare il progresso da lui stesso generato (che sia economico o tecnologico poco importa). Quello di Anders é peraltro un pessimismo radicale, che si intravede già dai titoli di alcune sue opere principali (vedi ad esempio "Patologia della libertà. Saggio sulla non identificazione", 2015; "Noi figli di Eichman", 1995; "L'uomo è antiquato",1963). Anche i sottotesti di molte serie televisive odierne rimandano ad un pessimismo, ad una visione depressiva, luttuosa del vivere, che non si erano mai visti prima in set usualmente dedicati all'entertainment (di solito hollywoodiano, ma oggigiorno soprattutto delle case di produzione televisive e on demand). Sembrerebbe (e questo è un punto a mio avviso centrale) che di questo mood luttuoso che attraversa l'umanità intera, si stia facendo carico solamente questo filone estetico-artistico.



A partire da quel prototipo fondante che è stato a tutti gli effetti Twin Peaks di David Lynch (che non a caso pare stia tornando alla regia della terza serie, e speriamo che veramente così succeda) le serie televisive stanno assumendo la funzione catartica di un grande sogno collettivo, un sogno sognato dai vari Lindelof, Duffer, etc. come tentativo di riparazione, di ricucitura della perdita di quell' umano sentire che tutti noi stiamo quotidianamente soffrendo. 

domenica 10 luglio 2016

Letture estive 2016

Eccoci come ogni anno a varcare la soglia dell'estate. E come di consueto, a tale proposito, non posso trattenermi dal segnalare alcune letture estive che reputo interessanti e utili per passare in modo ameno ma anche istruttivo le vacanze (ovunque le si facciano). 

Cominciamo con l'ultimo libro di Pierre Lemaitre, "Tre giorni e una vita", Mondadori. Lo scrittore francese è un genio del noir. Ho appena terminato "Lavoro a mano armata", prestatomi da una mia paziente con la quale condivido il piacere della lettura di libri gialli, e non potevo dunque fare altro che infilarmi nella mia libreria di fiducia per acquistare l'ultima fatica del buon Pierre. Il libro è ambientato nella provincia rurale francese, e parla di Antoine, ragazzino di 12 anni, figlio di genitori separati, che abita con la madre, donna arcigna e soffocante, ed ha come unico amico Ulisse, il cane del vicino, il signor Desmedt. Il giorno in cui Desmedt uccide Ulisse, Antoine compie un gesto estremo che segnerà per sempre la sua esistenza. Il mio librario di fiducia mi ha detto che secondo lui quest'ultima opera di Lemaitre non è all'altezza delle precedenti, ma che non può mancare nella libreria di un suo lettore. Potrebbe essere che dopo la sua lettura vi proponga qui una recensione, Lemaitre ha in ogni caso un gusto dell'intreccio e del colpo di scena che raggiungono, pagina dopo pagina una finezza che rasenta il manierismo. Ma di questo parliamo nella segnalazione del prossimo libro estivo, che è senz'altro il seguente:



Dicevamo del manierismo ossessivo di Lemaitre nel costruire intrecci totalmente inverosimili quanto coinvolgenti, catturanti, perturbanti, che rasentano a tratti addirittura il genere splatter, pur senza mai cadere nell'eccesso e nel gratuito, rischio peraltro possibile, considerate le sue trame, sempre così vertiginose e che non danno respiro. E' il caso di "Lavoro a mano armata", Fazi Editore, storia tragica di un disoccupato, Alain, che fa di tutto, ma proprio di tutto, pur di trovare un lavoro. Grande, profondissimo j'accuse rivolto alla crudeltà della cultura aziendale contemporanea, libro molto politico, anti-capitalistico fino all'osso, e anche per questo da me molto amato. Forse un pò macchinoso e artefatto nell'ultima parte, che lascia un aroma molto amaro in bocca, ma si sa che su questo blog non vanno molto di moda i gusti dolciastri di certo cinema e di certa letteratura...



Libro di cui parlano tutti assai bene. Non ancora letto, ma che mi ispira non poco. La quarta di copertina ci racconta di Jeremiah Salinger, giovane autore televisivo newyorkese in vacanza a Siebenhoch, Sud Tirolo, con la moglie Annelise e la figlia di 5 anni, Clara. Nel corso delle riprese di un documentario sul soccorso alpino, Jeremiah viene coinvolto in un terribile incidente che lo obbliga a stare rinchiuso in un buio crepaccio. Per superare questo trauma l'uomo si butta a capofitto nel mistero di un triplice omicidio avvenuto nel 1985: tre ragazzi, Evi, Kurt e Marcus sono stati trovati orrendamente mutilati, con braccia e gambe spezzate. Direi che gli ingredienti giusti per una lettura estiva ci sono proprio tutti.




E' vero che il mio nuovo libro, "Ragazzi non pensati. Esperienze di cura con gli adolescenti" (Mimesis, 2016), scritto con alcuni amici e colleghi del Centro Milanese di Psicoanalisi "Cesare Musatti", uscirà in settembre, tuttavia lo consiglio comunque, visto che molti vanno in ferie proprio in settembre. Lo consiglio a tutti, naturalmente, perché contiene storie di adolescenza e disagio giovanile contemporaneo. E' un libro cioè molto attuale, che mostra in particolare quanto sia cambiata la metodologia e la sensibilità della Psicoanalisi nel prendersi carico dei problemi di un'età che erroneamente (molto erroneamente) pensiamo sia così lontana da noi. Un'età invece sempre molto vicina, forse oggigiorno particolarmente vicina, dal momento che viviamo in una "società adolescente", continuamente eccitata, o depressa (che in fondo sono due aspetti aspetti separati ma uniti e sempre in alternanza oscillante nello stesso soggetto), una società che non sa più qual'è la sua identità, quali siano le sue identità, che non sa più integrare le sue parti scisse, divise. Il libro contiene molte esemplificazioni cliniche che rappresentano uno spaccato significativo del lavoro di psicoanalisti di adolescenti, oggi. 




Per concludere, ecco il n° 1, 2016 della rivista di cultura psicoanalitica "Psiche", edita da Il Mulino. I numeri della rivista sono monografici, e il tema di questo ultimo numero è quello - molto attuale anche questo - della distruttività umana. Molti i saggi contenuti, tra i quali segnalo in particolare quello di Paolo Fabozzi: "Fenomeni e processi distruttivi nell'opera di D.W. Winnicott", nonché l'articolo del collega e amico Sisto Vecchio, da titolo: "André Green: Pourquoi les pulsions de destruction ou de mort?". Psiche affronta sempre temi di cultura psicoanalitica legandoli alla realtà contemporanea. Il tema della distruttività, se pensiamo alla recente escalation del fenomeno terroristico, oppure al conflitto razziale negli Stati Uniti, è uno dei più urgenti e significativi che l'umanità si trova ad affrontare. L'eliminazione violenta dell'Alterità, in qualsiasi forma essa si manifesti come occorrenza di ciò che di più vitale esista nell'umano, sembra infatti l'obiettivo principale della distruttività dell'era post-moderna che viviamo.

Per concludere, auguro una buona estate a tutti coloro che passano di qui, sperando davvero di trovare il tempo di scrivere qualche buona recensione, o magari di filmare qualche video-recensione di film sufficientemente interessanti e gustosi per i nostri palati perturbantofili.
A presto!  

martedì 3 maggio 2016

The Invitation, di Karyn Kusama (2015)



Invitato ad un dinner party dalla sua ex moglie, Will comincia a sospettare che i nuovi padroni della sua vecchia casa non abbiano buone intenzione nei suoi confronti e verso tutti gli amici presenti...

Regia: Karyn Kusama  Soggetto e Sceneggiatura: Phil Hay, Matt Manfredi Cast: Logan Marshall-Green, Tammy Blanchard, Emayatzy Corinealdi, Michiel Huisman, Lindsay Burdge, John Carrol Linch, Jay Larson, Mike Doyle.  Nazione: USA Produzione: Gamechanger Films, Lege Artis Durata: 1h e 40 min.

"The Invitation" è un thriller metafisico (non possiamo propriamente definirlo un horror) che nel corso del suo svolgersi si trasforma sempre più profondamente in riflessione sul lutto patologico, un lutto che per sovramercato è quello per un figlio morto, da parte di una coppia, quella di Eden e Will, ormai separata da alcuni anni (Logan Marshall-Green nei panni di Will sembra un Cristo crocifisso da una Tammy Blanchard-Eden completamente intossicata dal suo stesso narcisismo distruttivo: mai scelta di casting fu più azzeccata). Tale poetica ci viene tuttavia nascosta per quasi tutto il tempo, squadernandosi invece completamente negli ultimi 15-20 minuti, coincidenti poi con un vero e proprio bagno di sangue che non ci saremmo aspettati, quantomeno di tali dimensioni. Ho scritto "metafisico" perché la regista Karyn Kusama declina tutta la grammatica dello script sul piano della costruzione di un'atmosfera paranoide e surreale, entro la quale si muovono personaggi tra di loro apparentemente molto familiari: i personaggi sulla scena si conoscono tutti da tempo, sono vecchi amici, a parte la giovane Sadie e l'enigmatico Pruitt che ci appaiono subito come oggetti bizzarri rispetto all'amalgama del gruppo. Eden organizza una festa nella sua casa sulle colline di Los Angeles, invitando il suo ex-marito, Will e la sua nuova compagna, Kira.

All'inizio tutto appare soavemente amichevole. Il compagno di Eden abbraccia Will; un vecchio amico della coppia si lancia in volgarità goliardiche che fanno ridere tutti; si brinda; ci si accomoda mollemente sui divani del salotto. Poi, lentamente, dopo lunghi piani sequenza sui vasti ambienti della casa, sui corridoi in penombra, sulla piscina azzurrognola, sulle colline illuminate che circondano la villa, il surreale, il metafisico, come in un quadro di De Chirico di nuova fattura, irrompe sulla scena, attraverso la comparsa di un breve video che David (il nuovo compagno di Eden, interpretato da un Michiel Huisman davvero sottilmente perverso) decide di mostrare al gruppo di amici: il video riprende una donna distesa in un letto che esala il suo ultimo respiro, mentre una sorta di santone post-moderno propone alcune sue considerazioni non particolarmente profonde sulla morte e sulla possibilità di liberarsi da ogni sofferenza. Eden e David plaudono a tale raggelante visione, mentre il gruppo di amici, Will soprattutto, rimangono attoniti e imbarazzati di fronte alla piega incomprensibile che sta prendendo la serata. Subito dopo lo stesso David  propone a tutti un gioco che consiste nell'esprimere, da parte di ciascuno, un desiderio che vorrebbe realizzare lì, quella sera. Anche qui il surreale la fa da padrone: Eden desidera baciare sulla bocca il vecchio amico Ben, e lo bacia davvero, mentre Sadie che ha sempre più l'aria di una sgualdrinella da due soldi capitata lì nessuno sa per quale motivo, afferma che il suo desiderio è quello di amare tutti i presenti. Di seguito Pruitt racconta col sorriso sulle labbra della morte della moglie, causata inavvertitamente da lui durante un violento litigio con lei. 

A questo punto lo script subisce un essenziale avvitamento sul registro della paranoia. Una delle partecipanti al gruppo decide di andarsene, si sente molto imbarazzata, non se la sente di restare. David insiste che rimanga, Will mette a tacere il compagno di Eden, e la donna se ne va, seguita da Pruitt  che deve spostare la sua automobile parcheggiata dietro quella della donna. Da qui in poi il narrato diventa tutto un susseguirsi di dialoghi sotto forma di battibecchi tra Will, Eden, e David, in un andamento schizo-affettivo che aumenta a vista d'occhio la tensione. La paranoia sale, qualcuno insinua che i due ospiti appartengono ad una setta, e Will comincia a sentirsi molto confuso e spaventato. Si aggira per la casa nella quale ha abitato in anni passati con moglie e figlio, ricorda il volto del suo bambino, attraverso immagini struggenti che il regista colloca in alcuni punti nodali della storia (vedi il flashback "edipico" in cui Will ed Eden sono nella vasca da bagno, e il figlio li sorprende in atteggiamenti teneramente erotici).

Fino al settantesimo minuto tutto procede su un registro esistenzialistico-metafisico, cioè non accade nulla se non sul piano di dinamiche gruppali stranianti, e il girato appare come teatrale, statico. Il viraggio catastrofico arriva inaspettatamente a circa 15 minuti dalla fine del film, durante la bellissima sequenza del brindisi, il cui drammatico, sconvolgente seguito è girato con un uso del ralenty perfetto, toccante, un ralenty cadenzato da note cupe, lente, funeree. È proprio tra prefinale e finale che il tema del lutto persecutorio si mostra come il cuore pulsante, ferito a morte, di tutto il film. Kusama, inaspettatamente, dopo un "Jennifer's Body" (2009) che non aveva lasciato un segno significativo, ci mostra invece, con artiglio da pantera, il segno, il marchio a fuoco del lutto, e lo fa senza nessun velo, "a cuore aperto" potremmo dire, e senza mai toccare le corde di un romanticismo manieristico o di qualsivoglia tipo, tenendosi lontano da sequenze gratuitamente lacrimevoli (a partire dalla morte del figlio di Eden e Will, le cui modalità rimangono avvolte nel mistero).

La fine di Eden, sdraiata sull'erba del giardino è una rappresentazione emblematica di questa scelta stilistica tutta centrata sul tema del dolore mentale e della sua pensabilitá/impensabilitá. "The Invitation" è un'altra bella, intensa, indimenticabile prova del nuovo corso cinematografico perturbante statunitense. Un film al quale mi sono avvicinato con cautela, avendone letto fin troppo bene da più parti, ma che ho trovato molto intenso e tecnicamente raffinato, in particolar modo dal punto di vista di una scrittura filmica altamente poetica e incisiva nel creare atmosfere emotive che Melanie Klein credo definirebbe senz'altro "schizo-paranoidee" allo stato puro. Atmosfere che avvelenano le menti dei protagonisti e dei padroni di casa (Eden e David), e che tendono a contagiare il gruppo intossicandone i legami e le relazioni. Tale rappresentazione della paranoia come fenomeno di gruppo (anche religioso, anche politico, anche aziendale ad esempio) è molto suggestiva e anche scientificamente fondata, se guardata da un punto di vista ad esempio psicoanalitico. Basti leggere alcuni testi significativi in merito al funzionamento mentale dei gruppi (vedi, W.R. Bion, 1958 E. Jaques, 1990, R. Kaes, 2009 etc.) per rendersi conto che "The Invitation" ha a tale proposito molto da dire, anche a psicoanalisti, gruppo-analisti, terapisti di coppia e figure affini. Ha molto da dire in ogni caso, e a tutti, quindi lo consiglio vivamente. 


venerdì 22 aprile 2016

The VVitch - A New England Folktale, di Robert Eggers (2015)






New England, 1630: William e Katherine conducono una vita cristiana devota, e proprio perché ritenuti eccessivamente ortodossi, vengono cacciati dalla comunità di cui fanno parte. In totale solitudine, la famiglia, composta da padre, madre, Thomasin, ragazzina adolescente, Caleb, preadolescente e altri tre figli, di cui un neonato, Samuel, arriva in una appezzamento di terra che prova a coltivare, ai margini di un bosco difficilmente praticabile. Quando il loro figlio neonato scompare misteriosamente e i loro raccolti non danno nessun frutto, tutti i componenti del gruppo familiare cominciano a percepire che eventi sinistri si stanno abbattendo su di loro. 'The VVitch' è il ritratto agghiacciante di una famiglia sola e disperata, vista all'interno delle proprie paure e ansie, che la lasciano in preda a un male inesorabile. 


"The VVitch" è una tragedia familiare ambientata nel selvaggio New England del diciassettesimo secolo, e un esordio cinematografico grandioso da parte del giovane regista Robert Eggers a cui va tutto il merito di un film che non possiamo definire semplicisticamente "horror", ma che va appunto iscritto nella categoria estetica del tragico, con tutte le suggestioni del caso. Come avrete notato è da tempo che non frequento il blog perché non trovo il tempo materialmente adeguato da dedicare alla visione e alla recensione di film che reputo meritevoli di attenzione. Ma di fronte a un'opera di questa portata, mi diventa necessario sgomberare il tavolo da carte e cartacce inutili e trovare il tempo per rifletterci sopra adeguatamente. "The Witch" è riuscito a farmi uscire da un lungo periodo in cui il tempo della scrittura sembrava per me molto lontano: di questo innanzitutto ringrazio Eggers, ma soprattutto ringrazio i protagonisti di questa storia di stregoneria dell'oscuro '600 anglo-americano che sembra più disegnata dalla mente di uno Shakeaspeare che da un Eggars contemporaneo qualsiasi. 

Respiriamo qui, infatti,  la cultura e il pensiero magico del tempo, nel quale la natura è vista dall'uomo con gli occhi di un animismo primitivo assoluto, assecondato da un credo religioso delirante, assolutistico, che impregna le menti di tutti i componenti della famiglia, allevati nel più stretto rigore moralistico cristiano. I protagonisti, dicevo, sanno interpretare lo Zeitgeist in maniera mirabile: il giovanissimo Caleb in particolare, vera figura sacrificale che si assume sulle spalle tutto il peso del moralismo magico-fideistico distruttivo che deturpa tutto il sistema familiare in cui vive, moralismo fondato e trasmessogli naturalmente dal padre. La sequenza della possessione di Caleb è tra le cose più intense e perturbanti che abbia mai potuto vedere da molti anni a questa parte. Parliamo di inquadrature e piani sequenza che hanno la potenza pittorica di un Mantegna, soprattutto grazie alla fotografia sublime, eterea e insieme terrea di Jarin Blaschke, che sa portarci indietro di 300 anni avvolgendoci i luci e colori pallidi, sfumati, conferendo al volto di Thomasin tutto il senso tragico di un'adolescenza in fiore che sta per essere travolta dal dramma. 

Credenza religiosa, delirio, psicosi, si fondono insieme mentre fa da sfondo una natura completamente altra, rappresentante di forze aliene all'umano e che desiderano solo infliggere all'umano l'umiliazione della sua totale impotenza di fronte al male, all'insensato. 
Thomasin, la giovane figlia adolescente di Katherine e Will, cacciati dalla Comunità religiosa dove risiedevano perché ritenuti "estremisti", è il simbolo del "peccato" che fiorisce coi suoi seni prosperosi agli occhi del desiderio incestuoso del fratello Caleb: è dalla sessualità che passa il messaggio della Natura-Strega, e la sequenza in primo piano laterale del bacio della strega a Caleb, nell'oscurità minacciosa del bosco, contrappuntata dai sinistri, dissonanti suoni di strumenti a corde orchestrati divinamente da Mark Korven, è un'immagine esemplare, patognomonica di questo intreccio simbolico-archetipico primitivo, fondativo dello spirito di quel tempo. 

Eggers sa ricostruire quegli ambienti, quella mentalità intrisa di credenza magica allo stato puro, nella quale realtà e fantasmi demoniaci davvero erano creduti coabitanti effettivi della comunità umana: è il tempo in cui le fiabe sono intese come "fatti realmente accaduti" e guidano il pensiero dei protagonisti.

Dicevo che il film non è da considerarsi semplicemente un "horror", ma contemporaneamente lo è, e determina, istituisce, svela e trasmette angosce che definirei filogenetiche: le angosce dei nostri padri, dei nostri nonni e bisnonni, e degli avi nati prima di loro. Grandi suggestioni perturbanti, che arrivano da un passato molto lontano ci porta nelle nostre case ipertecnologiche questo regista così giovane tanto quanto geniale, bravo, attento ad ogni minimo particolare, non solo in fatto di ricostruzione storica (costumistica, linguistico-dialogica, ambientale e di allestimento scenico), ma anche di resa raffinatissima della psicologia dei personaggi, veri coloni del New-England, a tal punto che immagini che un colono di quel periodo e di quella zona geografica non potrebbe che essere stato così, come lo vediamo nel film.

Il tutto può apparire molto devozionale: i dialoghi sono tutto un "Io confesso", "Io prego Dio", "Siamo nati nel peccato", etc. ma è più che certo che Eggars abbia lungamente studiato la cultura di quel tempo e con molta attenzione, anche sul piano antropologico relativamente alle metodiche agricole dell'epoca. 

Nel film il Male arriva subdolo, prima mediato dalle parole di Thomasin durante un litigio coi due piccoli fratelli gemelli nella sequenza del ruscello, poi attraverso le cantilene canticchiate dai gemelli stessi, poi ancora dall'incontro (bellissima, struggente sequenza che ho guardato almeno tre volte consecutive) di Caleb con la strega, nel bosco.Il Male prende varie forme, come recita il sottotitolo che troviamo in locandina, e soprattutto ha la forma del "coniglio, del gatto, del lupo, della cornacchia, del montone e del cane nero", come urla Caleb steso sul suo giaciglio di paglia, posseduto dallo spirito della strega, prima di morire, tra gli urli disperati di sua madre. 

La funzione paterna di Will a questo punto subisce un crollo, un'implosione irreversibile, drammatica, una funzione paterna che vira in paranoia: non si fida più dei suoi figli, potrebbero essere tutti demoni, forse non li ha fatti lui, e a un certo punto chiede addirittura alla moglie di portarle l'accetta per uccidere come avrebbe fatto Abramo con Isacco, i suoi figli. Sì, perché qui non c'è nessun Dio che dall'alto fermerebbe la mano di Abramo. L'avvitamento catastrofico cui va incontro gradualmente la famiglia di Will è anche segnalata in modo molto raffinato, dal sottile cambiamento del registro linguistico. Eggers ci fa assistere e ci abitua dapprima a dialoghi tutti declinati sul piano del religioso ("Siamo nati nel peccato", "Preghiamo Dio e la sua Provvidenza perché ci liberi dei nostri peccati", "Ringraziamo Dio di cui siamo servi infedeli", etc. etc.), dialoghi che, dopo l'incontro con la strega, col Maligno, si trasformano in linguaggio in cui si infiltra la scurrilità sotto forma di una sessualità che fino ad allora era rimasta scissa e separata da tutto il resto del Sè dei protagonisti ("Godi ad avere la tua lingua in bocca a quella del Maligno!", urlarà Will a Thomasin nella sequenza in cui non si fida più dell'innocenza della figlia, immaginandosela come un strega). 

Tutto il film gioca su un Perturbante che trasforma il familiare in straniamento potente, mediato dal tema della sessualità come veicolo di morte e distruzione. Direi che proprio questo è il nucleo organizzatore centrale del film. Il patto narcisistico-psicotico-religioso che lega insieme questa famiglia, viene rotto dall'adolescenza di Thomasin e dalla preadolescenza di Caleb, dei quali vengono mostrati subliminalmente le fantasie incestuose e conflittuali, che fino a un certo punto rimangono compresse come esplosivo in una pentola a pressione sul fuoco, contenitore costituito dall'insieme dei valori religiosi, che poi esplodono utilizzando l'immaginario sovrannaturale per liberarsi selvaggiamente attraverso il personaggio-enzima della strega. 

La strega (The VVitch) è un oggetto evocativo, un personaggio a metà tra interno alla mente dei protagonisti (soprattutto i bambini e gli adolescenti della famiglia, non dimentichiamolo), e un oggetto esterno, "reale". La strega è un'allucinazione collettiva, tanto quanto la religiosità fondamentalista e costrittiva è un delirio collettivo. 

"The VVitch" è un'opera plurisfaccettata, opera d'arte pura, pura estetica del Perturbante allestita in modo drammaturgicamente avvincente e magistrale da un giovane regista che seguiremo da qui in poi con grande, grandissima attenzione, perché è rarissimo trovare una simile competenza e un simile rigore (di tipo kubrickiano) nel trattare a 360 gradi tematiche di script così differenti e così delicate (il tema storico, il tema perturbante, il tema-sottotesto religioso, il tema psicologico e la caratterizzazione addirittura bergmaniana dei dialoghi intensi, sofferti, tragici, tra i vari personaggi sulla scena). Film da non perdere, per nessuna ragione al mondo. 

Regia: Robert Eggers Soggetto e Sceneggiatura: Robert Eggers Fotografia:  Jarin Blaschke Musiche: Mark Korven  Cast: Anya Taylor-Joy, Ralph Ineson, Kate Dickie, Harvey Scrimshaw, Lucas Dawson, Ellie Grainger, Julian Richings, Bathsheba Garnett  Nazione: USA, Canada  Produzione: Parts and Labor, Rt Features, Rooks Nest Entertainment Durata: 1 h e 32 min.