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martedì 3 gennaio 2017

Pet, di Carles Torrens (2016)


Un thriller psicologico che ci racconta di un giovane uomo, custode di un canile cittadino, che una sera, dopo il lavoro, incontra su un autobus una sua vecchia compagna di liceo e se ne innamora. Questo "amore" diventa un'ossessione che lo porterà ad imprigionare la donna in una gabbia, ma non sarà tanto facile per lui sopravvivere all'incubo da lui stesso generato...


"Pet", di Carles Torrens, risente molto benignamente della tradizione cinematografica horror ispanica, tanto che al sottoscritto ha fatto venire in mente "The Others" (2001), di Alessandro Amenábar, film di tutt'altro tessuto, naturalmente, ma che sul piano delle architetture drammaturgiche possiede molte cose in comune con "Pet". Sto parlando soprattutto del capovolgimento radicale di prospettiva, che in questo film arriva però già a metà pellicola, mentre in quello di Amenábar spiazzava tutti solo negli ultimi minuti. "Pet", a differenza di "The Others" non attinge però a nulla di sovrannaturale. È un film che parla infatti di una perversione di coppia, di un classico fenomeno sado-masochistico, ma lavorandolo secondo modalità di scrittura originalissime, a volte acrobatiche, a volte esplicitamente gore oriented, molte volte completamente inverosimili, ma nel complesso mantenendo sempre attuned lo spettatore. 

È ovvio che non racconterò qui la trama del film, che va visto e assimilato a freddo, senza nessun riferimento, senza neppure visionare il trailer, direi. In questa recensione mi limiterò a dire che è il capovolgimento di prospettiva collocato più o meno a metà del girato, il vero colpo di genio del regista, che ci fa vedere improvvisamente un altro film, pur mantenendo invariato lo stilema del rapporto vittima-carnefice. Ho trovato poi questo film molto filosofico, proprio nel trattare il tema dell'Alteritá (alterità del Femminile per il Maschile, del Male per il Bene, della Verità per la Menzogna, dell'Umano per l'Inumano, etc.). Filosofico nel senso di Sartre, dell''enfer sont les autres', non importa se al di là o al di qua delle sbarre della prigione che ci imprigionano. Inoltre uno dei protagonisti, Seth, custode di un canile di una anonima metropoli statunitense, è peraltro già imprigionato all'interno di una solitudine quasi autistica, esattamente uguale all'autismo in cui è isolata Holly, l'altra protagonista, che fa la cameriera in un banalissimo drugstore della stessa città. Seth e Holly (lui un Dominic Monaghan che è in grado di rivestire perfettamente bene i panni di un soggetto inibito, ossessivo e solo; lei una Ksenia Solo fredda come un ghiacciolo, ma nel senso del "ghiaccio bollente") sono prigionieri chiusi in due fortezze diverse, che si trovano un giorno in contatto, per una pura fatalità. Ma si tratterà sempre, fino al tragico epilogo, di un contatto impossibile, di una distanza incolmabile, di uno scarto impossibile da sanare tra queste due Alterità. 

L'unico linguaggio possibile, l'unico codice comunicativo che i due membri di questa coppia possono utilizzare, è appunto quello della perversione, del feticcio che si fa oggetto inanimato, o comunque reso non umano, come unica via perché l'amore possa esprimersi. Un Amore che non è Amore, naturalmente, e d'altra parte cos'è l'Amore, sembra domandarsi Torrens mentre fissa i primi piani di Holly e Seth per accompagnarne i toccanti, acidissimi, sferzanti dialoghi, tutti imperniati, appunto, sul tema dell'amore e della sua consustanziale impossibilità. 

Oltre a Sartre, "Pet" mi ha fatto certamente pensare a Lacan, proprio a quel Lacan che afferma che "Amore è dare qualcosa che non si ha a qualcuno che non lo vuole", aforisma paradossale che chiama in causa l'Io come soggetto continuamente decentrato da sè, sempre alla ricerca di un Altro che gli faccia da specchio narcisistico, nell'inconsapevolezza che questo "specchio" si è rotto da tempo, oppure non c'è proprio mai stato. Le ultime, tragiche, inquietanti sequenze del film, ci dicono proprio questo, ci parlano infatti di una relazione umana fondata sul non riconoscimento, sul non rispecchiamento, sul grado zero dell'empatia come fondamento paradossale della relazionalità. 

“Pet” non è un film che può definirsi un capolavoro. Sono presenti nella pellicola molti scivoloni dovuti non saprei neanche dire a cosa: superficialità? Impulsività/focosità ispanica? Giovane età del regista? Peraltro Torrens a soli 32 anni mette in pista un circo emotivo non da poco, perbacco, e quindi possiamo pure perdonargli certi svarioni. Mi riferisco alle sequenze della morte cruenta di Nate, l'obeso poliziotto, che non ci sta affatto simpatico e che fin dall'inizio ci immaginiamo subito dovrà fare la fine che si merita. Tali sequenze sono obiettivamente tagliate a colpi di scure da un novantenne epilettico, più che lavorate al cesello da un giovane regista trentaduenne, e non ne capiamo davvero il motivo. Tutto sommato anche l'identificazione di Seth con il suo alienante lavoro di custode di cani destinati ad essere soppressi via iniezione letale,  poteva essere trattato con psicologia più raffinata, considerato il fatto che tutto il resto dei comparti (luci, sonoro, allestimento, etc.) sono tutti molto curati, in particolare la luce, sempre asciutta e limpida, come a voler dire “questa è la realtà, caro spettatore”. 

Ma Torrens si riscatta alla grande soprattutto nella traduzione complessiva della sceneggiatura molto intrigante di Jeremy Slater, e nei dialoghi, che sembrano scritti da uno psicoanalista lacaniano (come accennavo appunto più sopra). Dialoghi corrosivi, altalenanti, puro linguaggio della perversione, linguaggio dissanguato, dissociato completamente dall'affetto, e sfociante nella magistrale sequenza del dito, tanto inverosimile quanto potente se guardata da un versante puramente simbolico. Non so se Torrens avesse in mente sottotesti psicologici particolari, ma la visione di questo film mi ha fatto pensare alla perversione, al conflitto, all'ambivalenza inconscia presenti in molte coppie "normali", anzi, per dirla con lo psicoanalista inglese Christopher Bollas, "normotipiche", coppie il cui legame è fondato sul rancore, non tanto sull'amore, e nelle quali il rapporto si fonda sulla sopraffazione. “Pet” ha alcuni grossolani difetti stilistici (soprattutto nella seconda parte del film), che tuttavia è egregiamente capace di farci dimenticare attraverso la focalizzazione molto mirata ed efficace sull'interazione di una coppia intossicata da emozioni impensabili e naturalmente catastrofiche. Un film che chiude in bellezza il 2016 degli eventi cinematografici del genere Perturbante a noi caro.   

Regia: Carles Torrens Soggetto e Sceneggiatura: Jeremy Slater   Cast: Dominic Monaghan, Ksenia Solo, Jenette McCurdy, Da'Vone McDonald, Nathan Parsons, Janet Song.   Nazione: Spagna, USA  Produzione: Magic Lantern, Revolver Picture Company Durata: 1h, 34 min.


lunedì 26 dicembre 2016

The Autopsy of Jane Doe, di André Øvredal (2016)




Mentre indaga su una serie di efferati omicidi avvenuti all'interno di una villetta della provincia americana, lo Sceriffo Sheldon e il suo staff sono molto perplessi dal ritrovamento, nel seminterrato della stessa casa, dal corpo di una giovane donna che non ha nessun rapporto con la famiglia massacrata. Sheldon porta il cadavere della bella sconosciuta, soprannominata per l'occasione con il nome di Jane Doe, dall'anziano ed esperto medico Tommy Tilden, che insieme al figlio Austin Tilden, anch'egli medico, si mette al lavoro durante la notte, per poter dare qualche risposta a Sheldon. Austin dovrebbe in realtà uscire per andare al cinema con la fidanzata Emma, ma decide di rimanere col padre per dargli una mano. Nel corso di una notte tempestosa che col passare dei minuti si abbatte sulla città, durante l'autopsia effettuata sul cadavere della giovane donna, padre e figlio si imbatteranno in inquietanti e pericolose scoperte...

" The Autopsy of Jane Doe" è un film vecchia maniera, che si fa guidare da quell'antico spirito perturbante nato dalle radici della cultura popolare statunitense. Un Perturbante che nasce dal rapporto dell'uomo con il mistero della Natura, quella Natura ignota e ostile che i primi coloni stanziati nel New England intorno al 1700 si trovarono a dover affrontare in tutte le sue forme angoscianti. Senza voler produrre, come si dice, "spoiler" circa l'intreccio drammaturgico di questo film molto apprezzabile, possiamo senz'altro dire che Jane Doe porta egregiamente avanti il filone horror iniziato da "The Blair Witch Project" nell'ormai lontano 1999, e poi continuato altrettanto egregiamente da "The Witch", di Robert Eggers (2015). 

Evidenziate preliminarmente le radici antropologiche ispirative perturbanti di "The Autopsy of Jane Doe", occorre sottolineare che il regista André Ørvedal, tratta tale materiale in modo nuovo e sulla base di una sceneggiatura (scritta da Ian Goldberg e Richard Naing) a tratti un pò tagliata a colpi di scure, ma che in molti altri punti regala inquietudini raffinate e ben orchestrate. Sul piano della scrittura filmica, ad esempio, il viraggio verso il sovrannaturale, che avviene nella seconda parte del film, è ben costruito sul piano delle tempistiche narrative, ma poi si incarta nel chiuso di un bagno (mi riferisco alla sequenza dell'improvviso attacco della "creatura" al vecchio coroner che si sta lavando le mani nel lavabo, mentre il figlio Austin è nell'altra stanza), bagno dal quale il film poi non esce più, metaforicamente, fino alle ultime sequenze, purtroppo. Ma nonostante questi aspetti determinati da una scrittura che desidera andare "in fondo alla storia", catturata dalla tentazione dello "spiegone" storico a tutti i costi, il film riesce comunque a costruire atmosfere cupe e a generare curiosità nello spettatore aprendosi ad un uso del gore molto raffinato e mai urlato. Sono inoltre presenti omaggi (inconsapevoli? Non credo proprio) al genere horror cinematografico più classico, vedi la sequenza della morte di Emma, circondata dalle luci diafane del seminterrato, che ricorda un certo Fulci, ma anche un certo Raimi, pur depurati da stilemi derivativi e appesantimenti cui facilmente si potrebbe incorrere, trattandosi di una materia così facilmente degradabile. 

Credo però che il pregio maggiore di questo lungometraggio consista nel trattare il ritrito tema della possessione attraverso modalità originali, utilizzando certo una notevole dose di mistificazione e di sberleffo rivolto allo spettatore, che è portato a considerare il film, ad una prima occhiata, come un thriller, per poi vedere tutto un altro film, molto lontano da un thriller, ma che comunque mantiene sempre un elevato tenore perturbante. A tale riguardo le luci di Roman Osin aumentano il grado di inquietudine già presente in una scenografia molto ben allestita: la vecchia casa dei Tilden non nasconde infatti il suo passato, il suo vissuto familiare caratterizzato da questa strana "inseparabilità" di padre e figlio, senza una madre, forse continuamente rivista, "riconosciuta" nei cadaveri sui quali lavorano i due, giorno dopo giorno, quindi molto più presente di quanto ci si possa immaginare. Forse è proprio lei, Jane Doe, quella madre, che non vediamo mai, neppure in qualche ingiallita fotografia d'altri tempi, ma che ritorna nel corpo martoriato di Jane, vecchia e insieme nuova strega, come una madre, appunto. Una madre, in fondo, è - anche- sempre un pò una strega. 

La riflessione sulla corporeità è un altro elemento che fa segnare a questo film un punto decisivo nella gara eterna con altri film dello stesso genere, a noi preferito. Una corporeità mostrata nella sua nudità organica, senza nessun intento esibitivo o in stile torture-porn. Le torture sono evocate, fatte immaginare, e forse proprio per questo sono ancor più cruente, se pensate su una giovane e ignara donna come Jane. La corporeità, i suoi fluidi, il sangue, il cuore, il cervello, sono qui inoltre mostrati attraverso modalità molto lontane da uno stile francese tipo "A' l'intérieur" (2007) o "Martyrs" (2008), esempi nei quali interno ed esterno del corpo collassano diventando una metafora dell'invasione del confine dell'Io (altro tema peraltro "topognomonico" di un Perturbante classicamente inteso) da parte di un "male" che arriva da un esterno potente, violento quanto ignoto. Qui invece il Male è all'interno di un corpo studiato, analizzato da un'ottica scientifica, fredda, anatomopatologica (fino alla fine il vecchio Tommy dirà dei cadaveri redivivi: "Ma questi sono solo corpi!"). Un corpo perfettamente conservato all'esterno e che mostra il male che alberga al suo interno proprio attraverso la testimonianza medico-legale, attraverso la evidence based medicine. Un vero capovolgimento di prospettiva, potremmo dire, che si spiega ovviamente solo con un sovrannaturale che sovverte il tempo storico della morte, mantenendo in vita la vita ma solo come involucro che conservi il tramandarsi dell'odio, della vendetta, della memoria del sopruso. 

"The Autopsy of Jane Doe", ci parla quindi di tutti i soprusi. Ci parla delle morti anonime, delle prostitute uccise sui bordi delle tangenziali per vendette tra clan mafiosi, dei bambini annegati sui barconi al largo di Lampedusa, degli adolescenti delle banlieu o delle favelas massacrati dalle droghe e da una violenza insensata. Tutti loro, come la bella, giovane "strega" interpretata da una perfettamente cadaverica Olwen Catherine Kelly, sono delle Jane Doe, nome anonimo, impersonale, come impersonale è il Male che richiama in vita una loro impossibile domanda di risarcimento. 
"The Autopsy of Jane Doe": da vedere.  

Regia:André Ørvedal  Soggetto e Sceneggiatura: Ian Goldberg, Richard Naing  Fotografia: Roman Osin Montaggio: Patrick Larsgaard, Peter Gvodzas Cast: Emile Hirsch, Brian Cox, Ophelia Lovibond, Michael McElhatton, Olwen Catherine Kelly, Jane Perry, Parker Sawyers  Nazione: USA Produzione: 42, IM Global, Impostor Pictures Durata: 1h e 39 min.


domenica 18 dicembre 2016

Anish Kapoor

Roma, Macro, Via Nizza, 138
martedì/domenica, 10,30-19,30
Biglietto: 11 Euro (ridotto: 9 Euro)









domenica 20 novembre 2016

The Monster, di Bryan Bertino (2016)


Kathy e Lizzy, madre e figlia, si trovano in panne su una strada sperduta in mezzo a un bosco durante una notte di pioggia. Il rapporto tra le due non è idilliaco ed è giunto il momento per Lizzy, di trasferirsi dal padre. Le due protagoniste non possono tuttavia sapere che nella fitta boscaglia si nasconde una creatura crudele assetata di sangue...

Lo scarso tempo che ormai mi rimane per scrivere recensioni, risucchiato dai più vari impegni lavorativi, mi induce a visionare film che mi vengono perlopiù segnalati da amici blogger bravissimi e sensibilissimi rispetto alla materia che trattiamo qui, ad esempio la sempre ottima Lucia Patrizi oppure da altri che non cito altrimenti dovrei occupare lo spazio di metà recensione con i link dei loro blog (ma potete vederli tutti in fila nel blog scroll qui accanto). 

Veniamo dunque a quest'ultimo film di Bryan Bertino, autore acclamato (giustamente) di "The Strangers" (2008), home invasion movie ormai quasi cult del medesimo sottogenere, e opera prima di un Bertino che si era fin lì sempre e solo occupato del comparto luci su vari sets cinematografici. Direi che "The Monster" è da considerarsi la sua opera (per il momento) più matura, poiché possiede tonalità liriche di notevole spessore. La scrittura filmica mi ha fatto venire in mente, quasi immediatamente "La strada" di Cormac McCarthy(e credo che questa associazione, sebbene proveniente dal mio umile preconscio, non sia un caso), con la differenza che nel film ci viene raccontato il dolentissimo viaggio umano e reale di una madre e di una figlia la cui relazione problematica è narrata da Bertino con una finezza psicologica secondo me senza uguali. 

Si tratta di una relazione fondata sull'odio reciproco, e già questo non è poco. Si tratta di una relazione profondamente disfunzionale, che cattura subito la nostra attenzione molto più -è utile dirlo- del monstrum da cui viene il titolo del film. Questo aspetto a me pare il fulcro estetico di tutto questo film, che è, alla fine, più un bellissimo, toccante, dramma psicologico che descrive il rapporto mortifero tra una giovane madre, e una figlia (una bambina di circa 11,12 anni), che un film perturbante a causa del mostro di turno. Certo, la Creatura ha un suo ruolo ben centrale, all'interno dello script. Tuttavia il vero mostro è questo intreccio affettivo tra una giovane Ella Ballentine, che interpreta Lizzy (bravissima e da applauso a scena aperta per tutto il corso del minutaggio) e una altrettanto giovane, impreparata, dall'emotività borderline Zoe Kazan (intensa, arrabbiata, odiosa al punto giusto), nei panni di Kathy, la madre. Il vero mostro viene costruito da Bertino attraverso un'architettura narrativo-filmica che utilizza il flashback come metodo appropriato per mostrarci la "verità" circa la relazione tra le due "piccole donne": flashbacks che lentamente, ma inesorabilmente ci conducono verso un inchiostro nero depressivo, smontando tutte le nostre speranze di riscatto e di catarsi, avvolgendoci in un clima sempre più plumbeo che è accompagnato in modo ottimo da una colonna sonora orchestrata mediante beats secchi, martellanti. L'ambientazione tra boschi immersi in una pioggia che è simbolicamente rappresentazione di un legame simbiotico mortifero tra le due protagoniste, è indicatissima, soprattutto quando viene mostrata dal regista con alcuni tocchi molto poetici di inquadrature fisse e scure che riprendono foglie verdi gocciolanti oppure il pietrisco bagnato, oppure la portiera del pick up che gronda acqua, e ancora acqua. Sempre e solo acqua.

Dicevamo che non è tuttavia secondaria la figura del mostro. Ma anche qui Bertino innova considerevolmente il genere perturbante, poichè il mostro è radicalmente eccentrico, come dicevo più sopra, rispetto al ruolo delle due donne, che certamente devono lottare contro di lui, ma la vera lotta, potremmo dire, è già avvenuta quando Lizzy era nella pancia di sua madre: è certamente una bambina nata da un agito sessuale della madre, un errore di gioventù, considerato quanto Kathy è giovane per come la vediamo nel film. Inoltre Lizzy è una bambina maltrattata (la sequenza dello schiaffo che Kathy infligge a Lizzy è per noi molto più angosciante di molto inutile, torture porn che possiamo vedere ovunque). La bambina ha un "padre" che scorgiamo per pochi secondi durante una sequenza drammaticissima nella quale ci domandiamo come abbia potuto resistere emotivamente fino a quel momento in un ambiente così degradato sul piano psicologico. In questo senso dico che per Lizzy la "lotta contro il mostro" è cominciata molto, molto prima di incontrarlo sulla strada (in stile McCarthy) che percorre in automobile con la madre. Il mostro di Bertino è una sorta, quindi, di concretizzazione perturbante di molto, molto altro, un pò come il Babadook di Jennifer Kent. 

Certo, il finale appare un pò stiracchiato e poco credibile, soprattutto dopo che il regista ha costruito una psicologia del personaggio di Lizzy così venata da aspetti deprivativi sul piano affettivo che sono molto realistici. La sequenza della bomboletta spray assume qui la funzione di una sorta di "deus ex machina", che probabilmente in fase di sceneggiatura non deve aver molto convinto nemmeno lo stesso Bertino (che firma appunto anche lo script). Ma è pur vero che a Bertino non interessa l'azione in quanto tale, ma il pathos che riesce a far crescere di minuto in minuto, e in questo è un vero maestro. 

Film di grande profondità e levatura etica, "The Monster" si fa testimone di un degrado relazionale che vede i minori sempre meno tutelati e "accompagnati" da caregivers che appaiono invece sempre più carenziati sul piano affettivo e cognitivo (non solo negli Stati Uniti naturalmente, ma anche in Italia, e anche nel ricco Nord Italia, dove, ahimè lavoro da anni proprio occupandomi di situazioni familiari altamente disfunzionali...). "The Monster" è in sintesi un film che consiglio assolutamente di vedere.

Regia: Bryan Bertino Soggetto e Sceneggiatura: Bryan Bertino Cast: Zoe Kazan, Ella Ballentine, Scott Speedman, Aaron Douglas, Christine Ebadi, Chris Webb, Marc Hickox Nazione: USA Produzione: Atlas Independent, Unbroken Pictures Durata: 1h e 31 min. 

mercoledì 26 ottobre 2016

Black Mirror, Stranger Things,The Leftovers e altro. Riflessioni sulle più attuali serie televisive.

                                Eleven, da Stranger Things (2016).

Desideravo da tempo mettere insieme alcuni pensieri sperabilmente sensati circa il trend perturbante contemporaneo più recente, che vede le serie TV sempre più protagoniste indiscusse di una nuova mitopoiesi narrativa nascente proprio sotto i nostri occhi, e quotidianamente. Una terrificante influenza che si è in questi giorni abbattuta sul sottoscritto mi permette dunque di avere il tempo di provare a mettere insieme questi pensieri. Come diceva un noto psicoanalista ginevrino, ogni tanto “ammalarsi fa bene”. Non si tratta, come vedrete, di una vera e propria recensione, ma di una riflessione che naturalmente passa a volo d'uccello su varie serie, diverse tra loro, comunque caratterizzate da tematiche ascrivibili al Perturbante, alcune delle quali mi sono piaciute di più mentre altre di meno. In veritá (partiamo da questo prima riflessione), ciò che mi colpisce particolarmente di questo proliferare di serie TV che sono seguite da milioni di telespettatori (compreso il sottoscritto, che ama il cinema e odia la TV, attenzione), è intanto proprio il fatto che ciò che caratterizza quelle maggiormente seguite è proprio l'aspetto perturbante. Non si tratta cioè di quelli che una volta si chiamavano "sceneggiati", cioè storie usualmente tratte da opere famose di vario genere, ad esempio storico. Le attuali narrazioni seriali sono tutte caratterizzate da un loro naturale, quasi scontato attingere al genere Perturbante in quanto tale. E credo che questo, innanzitutto, rispecchi lo Zeitgeist. Il nostro tempo è infatti attraversato da un senso di precarietà, di perdita e di "lutto sociale", di instabilitá del senso di speranza, che non sono mai stati così intensi, e che forse l'umanità, almeno in area europea, ha provato forse solo durante la Prima e la Seconda Guerra Mondiale. Crisi economica, sfiducia totale nei confronti della politica intesa come contenitore ideologico e guida etica, nuove patologie tossicomaniche utilizzate come sedativo a questo senso di lutto generalizzato, senso di precarietà nelle nuove generazioni che non vedono orizzonti progettuali realizzabili, divaricazione mai vista prima tra potere dell'alta finanza e povertà assoluta della rimanente parte dell'umanità, ridotta a "consumatrice/schiava" di tale dispositivo economico-capitalistico, sono tutti ingredienti che vanno a formare il background affettivo per la generazione delle narrazioni perturbanti che vediamo proposte e raccontate nelle serie TV che più ci piacciono.

                                      

Emblematica in questo senso è senz'altro The Leftovers, di Damon Lindelof, dalla quale mi sembra giusto cominciare, poiché pone il lutto come principale protagonista di un plot che ci introduce immediatamente in una dimensione melanconica in un senso quasi psichiatrico del termine. Una melanconia descritta in chiave iperbolica potremmo dire, dove la perdita dell'oggetto diventa il motore di tutto ed è perturbante in sè (e come potrebbe non esserlo?). Sul piano tecnico molte sono le sequenze che sottolineano pesantemente tale aspetto di natura francamente depressiva, a partire dal bellissimo primo episodio, con quel carrello della spesa che improvvisamente si sposta da solo mentre là voce di un bambino chiama smarrita: "Papà, dove sei, papà?", il tutto condito da una colonna sonora struggente e architettata ad hoc dall'ispiratisimo Max Richter. Quale perdita più tragica di quella di un padre per un bambino? Naturalmente, sul piano narrativo tutto ciò non é niente di nuovo, basti pensare a Bambini nel tempo, il famoso libro di Ian Mc Ewan, autore perturbante come solo gli inglesi sanno essere. Ma qui il punto é che il tema del lutto, della perdita, della destrutturazione melanconica del soggetto, non è oggigiorno solo roba da intellettuali inglesi continuatori di Virginia Woolf. Questo tema sembra oggi invadere tutto e tutti, al punto che la TV lo fa suo, come se, avendo annusato l'aria che tira, le case di produzione avessero colto l'opportunità di cavalcare subito questo mood che sta investendo l'umanità.



Elemento ulterioriormente significativo è che la qualità di questa nuova estrinsecazione estetico-televisiva del mood depressivo che sta coinvolgendo il mondo occidentale, è incredibilmente buona, pensata e, in buona parte, molto profonda. Anche Stranger Things, dei Duffer Brothers, splendido affresco perturbante sci-fi ambientato negli anni '80, in fondo mette in scena una nostalgia per un passato in cui lo spettatore medio era senza dubbio un bambino, avvolto in una sensazione di eternità delle cose, degli affetti, dell'amicizia e dell'amore. Questo microcosmo caldo e fusionale, all'interno della sceneggiatura di Stranger Things, è messo a dura prova dal "papà"/scienziato pazzo di 11, la bambina superdotata, e quindi questo tecnocrate folle si fa rappresentante di una realtà che diventa Superio sadico distruttivo, rompendo quella bolla di tenerezza nella quale i Duffer ci fanno guardare con nostalgia e tenerezza. Anche qui, dunque, viviamo un lutto rispetto alle "cose andate" che non torneranno, un lutto nei confronti della nostra rassicurante onnipotenza infantile di uomini che pensavano erroneamente l'umanità come un valore stabile, continuò, inestinguibile. Stranger Things (come ancora di più, altre serie televisive odierne, coralmente) ci indica che stiamo tutti vivendo il lutto per la graduale perdita della nostra umanità. Stiamo cioè entrando in un periodo storico-culturale in cui sono attivi processi di de umanizzazione graduale, soprattutto relativamente ad uno scollamento progressivo tra tecnologia e legame affettivo, aspetto che costituisce l'essenza del legame tra esseri umani. Anche Lost, nato dal genio di J.J. Abrams, Damon Lindelof e Jeffrey Lieber, descrive un disastro, cioè quello che in psicoanalisi Wilfred Bion ha definito un "cambiamento catastrofico", non tanto, e non solo, dei passeggeri del volo 815 dell'Ocean Airlines, ma dell'umanità intera che quei passeggeri rappresenta, costretta in un un "nuovo mondo" (cioè in un nuovo tempo) senza più riferimenti, a vivere una perdita irreversibile che li lega e li fa soffrire. Sembrerebbe, cioè, che gran parte delle odierne serie televisive, stia costruendo una mitopoiesi del dolore della perdita, un dolore -questo sembra essere il messaggio che le accomuna – che non é stato vissuto a tempo debito: un dolore mai sofferto, ma, anzi, sempre accuratamente evitato, e che adesso torna a chiedere il conto. Penso che questo aspetto sia centrale nella poetica interna che muove le storie raccontate dalle serie televisive che ci appassionano in questi anni, scalzando decisamente il ruolo del cinema, di cui si sente parlare sempre meno, nei blog, suo social e dovunque. Questo "dolore mai vissuto", a cui non è mai stato dato sufficientemente spazio, che si è sempre cercato di evitare, sembra essere connesso ad una lenta e graduale perdita di umanità favorita essenzialmente dal progresso della tecnica, che pone sempre di più l'uomo su un piano di subalternità e di dipendenza tossica dalla tecnologia stessa, e che si fa onnipervasiva, quotidiana, intrecciandosi strettamente con i diktat dell'economia (un potere economico che a sua volta diventa Superio sadico, come lo scienziato pazzo che vuole sfruttare i poteri di Eleven in Stranger Things, oppure come il misterioso fenomeno della scomparsa improvvisa del 2% di umani dalla faccia della terra in The Leftovers).



Un'altra serie da ricordare perché anch'essa ci parla di un'umanità perduta, è senz'altro Wayward Pines, ideata da Chad Hodge, sulla base dei romanzi di Blake Crouch. Qui viviamo in un futuro in cui l'umanità é davvero estinta e messa a dura prova dall'assalto di mostruosi muta forma geneticamente degenerati e aggressivi. E anche qui siamo sotto il dominio ideologico di uno scienziato pazzo, il dottor Jenkins. Il “visioning” che sottende la scrittura filmica di Wayward Pines è decisamente pessimistico circa la possibilità, da parte dell'uomo, di gestire quel “disagio della civiltà” necessario alla convivenza civile, disagio di cui ci ha parlato Freud nel suo famoso saggio pubblicato nel 1930. Un pessimismo che non è solo di Freud, ma anche quello di molti psicoanalisti contemporanei, primo fra tutti Andréè Green, che non vedono nel progresso della cultura e della tecnica un'antidoto efficace alle spinte distruttive che albergano da sempre all'interno della comunità umana. 



Una delle ultime serie prodotte, Black Mirror, ideata da Charlie Brooker e prodotta da Endemol e Netflix, approfondisce con stile estremo questo intreccio perverso e annichilente tra tecnologia e deumanizzazione, frantumando il genere seriale stesso, e costruendo episodi singoli per ogni puntata, lasciando come unico filo conduttore che li lega l'ambientazione in un futuro tanto iper tecnologico quanto sinistro e paranoiogenico. Il Black Mirror é infatti lo schermo digitale, interfaccia cui costantemente, quasi inenterrottamente, siamo connessi nelle nostre vite. Ogni secondo infatti siamo davanti ad uno schermo (televisione, pc, smartphone, tablet, bancomat, etc), e in ogni luogo ci troviamo (casa, lavoro, metropolitana, automobile, scuola: forse solo in chiesa o su un campo da tennis non siamo in presenza di un qualche "black mirror"). Lo specchio di un gadget tecnologico ci ha ormai definitivamente soggiogato, l'inanimato guida le nostre esistenze e noi abbiamo permesso a questo inanimato di dominarle. L'uccisione lenta, progressiva, dell'umanità sta avvenendo sotto i nostri occhi, attraverso una tecnicizzazione che noi stessi abbiamo permesso. Le serie televisive odierne cercano quindi di recuperare una dimensione affettiva sempre più estinta attraverso un lavoro del lutto operato mediante una mitopoiesi del Perturbante molto profonda, molto sottile quanto utile. Una sorta di terapia collettiva inconsapevole. Tali temi stanno in verità investendo recentemente anche il mondo dell'economia: ho avuto ad esempio notizia che alcune aziende milanesi stanno organizzando corsi di "disintossicazione dall'uso di smartphone" per i propri dirigenti. Non sono novità di poco conto, se una organizzazione professionale utilizza i propri soldi per simili progetti, ciò è segnale di un degrado psichico che comincia farsi preoccupante. Ma torniamo a Black Mirror, ultimo nato della nuova estetica perturbante seriale. Si tratta di un quadro molto crudo della deriva tecnologica quando essa arriva a dominare completamente ogni piano del vivere umano e dell'interazioni tra individui. Per ora ho potuto visionare pochi episodi, per mancanza di tempo, ma ad esempio mi ha colpito il terzo della prima serie, intitolato "Ricordi pericolosi". In esso si racconta di un microchip inserito chirurgicamente dietro l'orecchio di ciascuno, che permette, previo uso di un semplice telecomando, di rivedere su schermi i ricordi delle proprie esperienze recenti e remote. Vi è una sequenza di questo episodio, in particolare, che esprime molto bene i possibili (e reali) effetti di una deriva tecnologica che arrivi ad uccidere il desiderio erotico - obiettivo che la tecnica sta peraltro egregiamente raggiungendo, considerato il proliferare del voyeurismo e dell'esibizionismo pornografico su internet. La sequenza è quella in cui il protagonista sta facendo l'amore con la sua compagna, ma decide di estraniarsi dall'esperienza utilizzando il telecomando che lo riporta ad altri ricordi erotici, che gli permettono di godere dell'amplesso aldilà della sua compagna. La stessa cosa, vediamo, sta facendo la sua ragazza. Qui stiamo parlando di un'esperienza dissociativa auto indotta che è consentita da un dispositivo tecnologico non così lontano da una sua realizzazione, in anni futuri. Una dissociazione che elimina il rapporto umano distruggendone una radice fondativa, quella appunto del desiderio erotico-sentimentale che, come si sa, é una pianta delicata, che ha bisogno di essere curata con attenzione e continuità. Certamente studierò meglio Black Mirror, poiché mi sembra uno sviluppo molto interessante di questo genere di prodotto estetico che, molto più di altri (di certo cinema, ad esempio) dipinge molto bene i tempi che viviamo, aiutandoci ad avere il polso della situazione circa le profonde mutazioni antropologiche che l'umanità sta subendo. Riflettevo in questi giorni sul fatto che Black Mirror sembra infatti sceneggiato direttamente dalla mano di un filosofo come Günther Anders, allievo di Heidegger, che con Heidegger stesso condivideva una certa preoccupazione circa la fragilità dell'Essere Umano. Fragilitá che per Anders consiste nell'incapacità dell'uomo a governare il progresso da lui stesso generato (che sia economico o tecnologico poco importa). Quello di Anders é peraltro un pessimismo radicale, che si intravede già dai titoli di alcune sue opere principali (vedi ad esempio "Patologia della libertà. Saggio sulla non identificazione", 2015; "Noi figli di Eichman", 1995; "L'uomo è antiquato",1963). Anche i sottotesti di molte serie televisive odierne rimandano ad un pessimismo, ad una visione depressiva, luttuosa del vivere, che non si erano mai visti prima in set usualmente dedicati all'entertainment (di solito hollywoodiano, ma oggigiorno soprattutto delle case di produzione televisive e on demand). Sembrerebbe (e questo è un punto a mio avviso centrale) che di questo mood luttuoso che attraversa l'umanità intera, si stia facendo carico solamente questo filone estetico-artistico.



A partire da quel prototipo fondante che è stato a tutti gli effetti Twin Peaks di David Lynch (che non a caso pare stia tornando alla regia della terza serie, e speriamo che veramente così succeda) le serie televisive stanno assumendo la funzione catartica di un grande sogno collettivo, un sogno sognato dai vari Lindelof, Duffer, etc. come tentativo di riparazione, di ricucitura della perdita di quell' umano sentire che tutti noi stiamo quotidianamente soffrendo.