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venerdì 19 maggio 2017

Alien Covenant, di Ridley Scott (2017)


Nel flashback introduttivo Sir Peter Weyland, fondatore della Weyland Corporation, si rivolge ad un androide che entra a far parte della spedizione Prometheus. Weyland chiede all'androide di scegliere un nome per se stesso e lui sceglie 'David'.
Nel 2104 l'astronave USCSS Covenant, in missione di colonizzazione planetaria, è in viaggio verso il pianeta Origae-6 con a bordo oltre 2.000 coloni in stato di ipersonno. Una tempesta di neutrini colpisce l'astronave provocando ingenti danni e la morte di 47 coloni oltre a quella del capitano Branson. L'androide Walter si ritrova così costretto a svegliare l'equipaggio dal sonno criogenico.
Il primo ufficiale della Covenant, Chris Oram, assume il comando della missione. Mentre sta riparando l'astronave, l'equipaggio intercetta una trasmissione radio proveniente da un vicino pianeta e decide di indagare sulla sua provenienza.
Raggiunto il pianeta, Tennessee, Ricks e Upworth rimangono a bordo della Covenant in orbita nello spazio mentre il resto dell'equipaggio si dirige sul pianeta per esplorarlo. Essi si ritrovano su un pianeta verdeggiante privo però di forme di vita animali. Durante l'esplorazione, un membro della squadra di sicurezza, Ledward, calpesta piccoli baccelli neri, causando la fuoriuscita di alcune spore che penetrano nel suo orecchio senza che egli se ne accorga. Nel corso di ulteriori ricerche la squadra scopre il relitto di un'astronave precipitata e al suo interno trova una piastrina identificativa appartenuta ad una certa "Dr.ssa E.Shaw" nonché la fonte della trasmissione che hanno captato. Ledward inizia a sentirsi male e Karine lo riconduce alla navetta di sbarco. Karine lo porta con urgenza nell'infermeria della navicella. Dalla schiena di Ledward fuoriesce una mostruosa creatura aliena, il Neomo che aggredisce ed uccide Karine. Nel disperato tentativo di uccidere la creatura, il pilota della navetta Faris, spara accidentalmente a diversi serbatoi infiammabili collocati a bordo della nave, provocando così un'esplosione che la uccide e distrugge completamente la navetta. Il Neomorfo riesce però a fuggire. Nel frattempo Hallett, rimasto anch'esso infettato dalle spore, rimane ucciso quando dalla sua bocca fuoriesce un secondo Neomorfo...

Questa è una recensione che definirei necessaria ma non sufficiente: necessaria per il dato storico stesso dell’uscita in sala di un’opera di Ridley Scott, maestro indiscusso e indiscutibile, opera che riprende e continua la mitopoiesi di Alien, cominciata nel lontanissimo 1979. Non sufficiente per motivi intrinseci alla lunghezza media di una recensione, e per il suo stile, che non può che essere ahimè un po' tecnico, scarsamente emotivo. Questo film meriterebbe invece uno stile più poetico, letterario, meritando un “parlare come sognare”, se utilizziamo la nota frase dello psicoanalista americano Thomas H. Ogden. Infatti partirei col dire che “Alien Covenant” è un “sogno delle origini”, o meglio un sogno che Scott fa sull' “origine” intesa come operatore concettuale e culturale. Non solo cioè, origine dell’uomo, oppure origine del male eccetera, ma anche origine del Cinema, della visione, della capacità dell’uomo di sognare, cioè di “ri-vedere” e di rielaborare continuamente, poeticamente la propria vita. 

Una delle prime associazioni che mi sono venute in mente mentre ero in sala con mio figlio, mi ha rimandato infatti al libro di Philip Dick, “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?”, opera visionaria, che parla del rapporto tra robotica e un’umanità ormai perduta nella notte dei tempi, libro che è stato essenziale per la scrittura di “Blade Runner”. Dicevo che il dato che mi è parso essenziale di quest’ultimo film di Ridley Scott è il suo far convergere tutta la sua potenza sinfonica verso il tema delle origini, “sognando” le origini di quel primo Alien che abbiamo visto nel 1979. E’ un film che va visto almeno due volte, non ci si può accontentare di vederlo una volta sola e poi averne un quadro sufficientemente chiaro per poterlo valutare con tutta la serenità necessaria. Come una sinfonia, appunto, occorre farne esperienza -emotiva, sensoriale, cognitiva- adeguatamente immersiva, facendo sedimentare le sue molte suggestioni e facendole agire col tempo dentro di noi.

Tutto sommato la trama è semplicissima, riguarda l’esplorazione delle origini del mostro alieno invincibile, dal sangue fatto di acido che compare nel primo film della serie e contro cui Ripley-Sigourney Weaver si troverà a combattere per lunghi anni. Queste origini risiedono, aldilà delle varie forme di mutazione incontrate dal mostro sul suo cammino, principalmente in una fantasia inconscia di onnipotenza. C’è un qualcosa, da qualche parte, in un altrove sconosciuto – sembra volerci dire insistentemente Scott in questo suo ultimo film- che spinge verso la realizzazione di una fantasia di potere assoluto, incontrastato, famelico e onnivoro, un potere che desidera togliere di mezzo il senso del limite che caratterizza l’umano. Tale limite, heideggerianamente rappresentato dalla morte, esperienza che sottolinea continuamente la fragilità dell’uomo, lotta altrettanto continuamente con l’illusione dell’eternità, orizzonte non ancora conosciuto dall’uomo, ma, forse attingibile in un futuro robotico-tecnologico. “Alien Covenant” ruota intorno a questa idea, insieme fascinosa e terrificante: in fondo idea di derivazione faustiana, laddove Ridley Scott diventa il nostro attuale Goethe cinematografico a indicarci un Mefistofele che si trova all’interno del DNA dell’uomo stesso. La prima introduttiva sequenza dove vediamo l’androide David e suo padre, un umano, ci pone subito nel bel mezzo di questa idea ispiratrice del film: negli intensi dialoghi tra i due, venati da un sottile senso del tragico, cogliamo l'idea di un rispecchiamento mortifero tra uomo e androide ultra-umano, e il significato profondo di questo dialogo ci ritorna in mente solo a termine del film. Ridley Scott dirige un'opera pluristratificata: uno dei molti strati è appunto costituito dal tema dei possibili tragici effetti dello sviluppo scientifico-tecnologico, che tende di per sé ad andare oltre l’umano attraverso la promessa seducente e onnipotente dell’eternità, del controllo del Tempo. In estrema sintesi “Origine” e “Telos” umani sono i cardini centrali della poetica di questo film, e non so se questo vi sembra poco.

Fatte queste preliminari e necessarie premesse, veniamo ora alle considerazioni tecniche. Sul piano della regia credo che Ridley Scott si sarebbe benissimo potuto fermare alla sequenza della prima traumaticissima mutazione (nell'infermeria della navetta in esplorazione sul pianeta sconosciuto, ammarata sul lago e all'interno di scenari naturalistici a loro volta sinfonici, wagneriani). Poteva fermarsi lì, e ci avrebbe già regalato molto. Invece il nostro prosegue omericamente la sua storia, una specie di metafora uliseea al contrario, al negativo, in cui sono gli androidi a voler superare le Colonne d’Ercole, a dire “fatti non foste a viver come bruti", ma dal loro intrinseco punto di vista, cioè dall’interno del loro sogno "elettrico". Perchè, si sa, “gli androidi sognano pecore elettriche” e di quello sono capaci. Ma torniamo alla sequenza dell’infermeria: una sequenza epocale, da storia del Cinema sci-fi, memorabile e da studiare lungamente, sia nei movimenti di macchina, sia nel montaggio rapidissimo, chirurgico, privo della pur minima sbavatura, che ci incolla allo schermo, opera di un Pietro Scalia che è un vero mostro, come giustamente ci ricorda l’amica Lucia Patrizi nella sua ottima recensione; sia nell’uso superbo, raffinato degli effetti speciali (realizzati da una crew molto vasta); sia nell’uso di una fotografia da parte di Dariusz Wolski all’inizio dalle tonalità essenziali, quasi zen, della prima sequenza, per poi virare al grigio-verde piuttosto saturato delle sequenze d’azione sul pianeta: sequenze da “film di guerra”, che confluiscono tutte, nella prima parte del film, giustappunto nell'infermeria, dove si consuma il tragico parto alieno, e dove la luce ritorna ad essere intensa, ipoilluminante, iperrealistica; sia, per finire, attraverso un accompagnamento musicale (di un ispiratissimo Jed Kurzel, musica che, soprattutto nella prima parte, diventa co-protagonista di un’immersione emotivo-percettiva a mio avviso unica nel suo genere (la sequenza del dispiegamento delle vele solari dell’astronave dei coloni, accompagnata da un sonoro con leggere trombe di sfondo, non ha nulla da invidiare secondo me a “2001 Odissea nello spazio”).

Tutti i comparti tecnici (scenografie naturalistiche e cosmiche comprese) lavorano come in un perfetto gioco d’orchestra che mi fa tornare ancora una volta al termine “sinfonico”.

Due parole finali, su quelli che a me appaiono essere gli unici difetti di un film peraltro ineccepibile, a tratti grandioso, sempre abissale nella profondità di riflessione e sottotestualità che si muovono sotto la superficie del visivo: 
a) la sceneggiatura di Dan O’Bannon e Ronald Sushett (su un soggetto di John Logan e Dante Harper, e su una story rimaneggiata anche da Jack Paglen e Michael Green quindi organizzata da ben sei mani) , contiene qualche buco, che naturalmente passa inosservato di fronte al mastodontico e raffinato lavoro di tutto il gruppo di produzione e post-produzione (vedansi le sequenze in cui la nave madre si avvicina alla tempesta e nelle quali i contatti con l’equipaggio sul pianeta non fanno minimamente emergere, inspiegabilmente, la gravità della situazione sul pianeta; oppure quelle in cui si costruisce l’interazione tra David e Walter; oppure le inquadrature di raccordo storico con “Prometheus”, che potevano essere narrate in modo decisamente più fluido);
b) il casting (a cura di Carmen Cuba), che vede spiccare in modo sublime l’interpretazione di Michael Fassbender, un algido e primitivamente mortifero David, ma che non è capace di conferire particolare espressività ad altri personaggi, soprattutto in Daniels (una Katherine Waterston che ci saremmo aspettata non diciamo all’altezza di una Sigourney Weaver inarrivabile, ma un po' meno melanconica e più determinata).

Come dicevo all’inizio, anche ora che sto per concludere la mia recensione all’ultimo “figlio” di Ridley Scott, sento che questo scritto non sia sufficiente, sebbene necessario. Molte cose infatti andrebbero ulteriormente osservate, come ad esempio il nesso (centrale) con “Prometheus”, oppure il significato molto profondo, dalle valenze simboliche tutte da analizzare, della sequenza relativa alla morte del capitano dell’astronave – il film si apre infatti con un lutto, non dimentichiamolo, e da quel lutto, da quella tragica assenza iniziale, si sviluppa poi tutta la narrazione. Preferisco tuttavia accomiatare il lettore con un senso di incompiuto, di insaturo, poiché, come la poesia, anche il cinema, e soprattutto questo film, è vera poesia solo se promuove aperture di senso e di pensiero. 

Regia: Ridley Scott Soggetto e Sceneggiatura: Dan O’Bannon, Ronald Sushett, John Logan,  Dante Harper Fotografia: Dariusz Wolski Montaggio: Pietro Scalia Musiche: Jed Kurzel Cast: Michael Fassbender, Katherine Waterstone, Billy Crudup, Danny McBride, Demian Bichir, Carmen Ejogo, Jussie Smollett, Callie Hernandez, Amy Saimetz, Nathaniel Dean, Uli Latukefu Nazione: UK, Australia, New Zealand, USA  Produzione: Twenthieth Century Fox Film Corporation, Brandywine Productions, Scott Free Productions  Durata: 2h e 2 min.

sabato 4 febbraio 2017

Split, di M. Night Shyamalan (2016)


Kevin (James McAvoy) è un individuo nel quale convivono ventitré differenti personalità, e le ha mostrate tutte alla sua psichiatra, l'anziana dottoressa Fletcher (Betty Buckley). Tutte tranne una, la ventiquattresima, nascosta, che sta lavorando nell'oscurità della sua mente per esprimersi e dominare su tutte le altre. Dopo aver sequestrato tre ragazze adolescenti, guidate da Casey (Anya Taylor-Joy), ragazza molto intelligente e coraggiosa, nella mente di Kevin comincia una vera battaglia tra le molte personalità che coabitano in lui e i confini instabili della sua identità cominciano lentamente ad andare in pezzi.

È facile cadere nel ridicolo quando si mette al centro di uno script un protagonista che contiene dentro di sé ben 23 personalità, cioè un protagonista che di fatto è un paziente psichiatrico puro, affetto da Disturbo di Personalità Multipla, secondo i criteri diagnostici più diffusi e riconosciuti a livello internazionale. Si tratta, inoltre, di una forma di patologia epidemiologicamente piuttosto rara, dalle radici eziotologiche oscure, che si suole far risalire ad abusi infantili gravi, ma anche su questo aspetto tutto è relativo poiché il disturbo dipende quant'altri mai da una multifattorialitá intrinseca nella storia di ciascun soggetto preso singolarmente. Abbracciare un interesse psichiatrico di tale natura per un regista è cioè, di per sé, una decisione quantomeno coraggiosa, per non dire ardita, e che, se non portata avanti con un "grano salis" adeguato, può certamente presto condurre sul confine del ridicolo. 

M. Night Shyamalan prende un attore non particolarmente pregnante come James McAvoy, lo rade a zero, lo veste e traveste variamente, e lo piazza a dirigere l'orchestra di almeno 5 o 6 differenti personalità (tra cui quella di Hedwig, un bambino di 9 anni), affiancandolo per giunta a sole altre quattro co-protagoniste, di cui una anziana Betty Buckley (la psichiatra del "mostro", cioè la dottoressa Karen Fletcher). Messo in piedi tutto questo circo è persino capace, non solo di non cadere affatto nel ridicolo, ma per di più, di raggiungere una profondità e di instillare a piene mani un senso di cupezza perturbante che non si erano mai viste in nessuno dei suoi precedenti film. 

Per operare questo quasi-miracolo Shyamalan intanto genera, fin dalle prime sequenze, una dialettica geometricamente perfetta tra i caratteri delle due personalità più centrali della scena, e cioè quello di Kevin e quello di Casey (Anya Taylor-Joy), adolescente dallo sguardo scuro come il suo passato, tempo antico che Shyamalan ricostruisce a colpi di fini flashback collocati in forma di agnizione graduale lungo il corso di tutta la storia. Tali flashback sono fotografati magistralmente da quel grande fotografo che aveva già svolto un gran lavoro in "It Follows" (2014), e cioè Michael Gioulakis. Un fotografo che sa davvero "fotografare" le luci e le ombre dell'adolescenza quant'altri mai.

 La sconvolgente simmetria personologica tra Casey e Kevin, la risonanza profonda tra queste due personalità così diverse e insieme simili, la scopriamo tuttavia solo nel prefinale, che ci colpisce come una martellata su un piede, ma é questo il cuore del film, il suo compimento giustamente spiazzante, e amaro, molto amaro, tanto che vorremmo vomitarlo fuori al più presto se potessimo questo orrido boccone, ma non possiamo farlo, ahimè. Il tema dell'abuso perpetrato da adulti folli su minori fragili e indifesi per costituzione ed etá sembra essere molto caro a Shyamalan, perché anche nel suo precedente "The visit" (2015), avevamo visto capovolgersi le consuete trame affettive che vedono di solito nonni e nipoti avvolti in un amorevole abbraccio. In "Split" questo capovolgimento è denunciato a caratteri cubitali, forse anche mediante la scelta di un personaggio davvero "cubitale" come appunto Kevin. La sua 24esima personalità emergente, che lui stesso e la sua psichiatra, la dottoressa Fletcher, chiamano "La Bestia", infatti non appartiene in realtà a lui, al tessuto della sua personalità, bensì a quella del suo abusatore: si tratta cioè di una "identificazione con l'aggressore" (Ferenczi, 1932).

In questo plot così fosco, scritto completamente dallo stesso Shyamalan, tutto centrato sul l'esito di traumi psicologici e fisici perpetrati a gravissimo danno dell'infanzia, grande, grandissima rilevanza possiede la caratterizzazione della dottoressa Fletcher, psicoterapeuta che si muove certamente in un alveo teorico psicoanalitico. Shyamalan riesce a costruire i densi e profondissimi dialoghi tra la dottoressa e Kevin, durante le loro sedute, con finezza incredibile, soprattutto agli occhi di uno psicoanalista, poiché in quei colloqui c'è davvero studio e tecnica psicoterapeutica non da poco. La Fletcher accompagna Kevin attraverso il labirinto delle sue scissioni multiple interne, con modalità niente affatto lontane da quelle utilizzate realmente da un terapeuta di oggi con un suo paziente anche grave come Kevin. E lo accompagna come prendendo davvero per mano un bambino solo e disperato, di stanza in stanza, nella sua casa degli orrori interna. La finezza empatica dimostrata dalla Fletcher e sottolineata dai notevoli, a volte insistenti primi piani di una bravissima Betty Buckley, raccontano il lavoro mentale immersivo e difficilissimo che un terapeuta svolge tutti i giorni nel suo studio, un racconto molto più significativo e potente di quelli raccontati nella tanto osannata serie televisiva di "In Treatment". 

Insomma, Shyamalan ha dei numeri nel descrivere sia la patologia che la cura, mostrandone la dialettica insieme simmetrica e asimmetrica, elemento che non si ritrova così facilmente in certo cinema che vuole rappresentare ad esempio la psicoanalisi. In questo senso "Split" è fortemente un film sulla psicoterapia intesa davvero come un "Dangerous Method", per parafrasare il notissimo film di David Cronenberg su Jung del 2011. Ritengo che se "A Dangerous Method" fosse un film notevole sul piano della ricostruzione storica del metodo psicoanalitico, "Split" è sommamente la rappresentazione plastica dell'esperienza reale di una psicoterapia, con tutti i suoi slittamenti intersoggettivi benigni ma anche maligni che avvengono tra paziente e terapeuta, slittamenti che possono diventare smottamenti e terremoti, perché mossi essenzialmente da quella "Bestia" pericolosissima è distruttiva che è il trauma infantile. 

La giovane Casey e la sua storia sono in questo senso raccontate con grande poesia e intensità da uno Shyamalan, che, nel descrivere nello specifico la figura dello zio John, sembra proprio voler denunciare il tema dell'abuso, neanche come "sottotesto", ma come testo dichiarato, seppur in un contesto di cinema di fiction. La storia di Casey è, anche in questo caso, molto realistica, una storia cioè che ai terapeuti (come il sottoscritto) che lavorano spesso con ragazzi abusati e traumatizzati, risulta purtroppo molto familiare, cioè per nulla "cinematografica", nonché raccontata con venature pessimistiche, per nulla edulcorate, come dimostrano le ultime sequenze composte dalle inquadrature di Casey, tristemente seduta su una automobile della polizia, luogo rappresentativo di una Legge che dovrebbe alfine proteggerla, ma che in realtà non la protegge affatto. 

Shyamalan raggiunge una grande maturità di pensiero e di poetica in questo suo film, che ha inoltre il merito non secondario di fornire un' immagine autentica, realmente operativa della psicoanalisi e della psicoterapia, nonché della lotta disperata dell'individuo contro il male che gli può essere inflitto proprio dalle persone che dovrebbero amarlo di più, e che si deposita dentro di lui, come una “bestia”, distruggendolo. "Split" è dunque un film da vedere, più e più volte per poi discuterne insieme lungamente con amici, parenti, colleghi - anche non psicoanalisti.

Regia: M. Night Shyamalan  Soggetto e Sceneggiatura: M.Night Shyamalan Fotografia: Michael Gioulakis Cast: James McAvoy, Anya Taylor-Joy, Betty Buckley, Jessica Sula, Haley Lu Richardson, Brad William HenkeSebastian Arcelus  Nazione: USA  Produzione: Blinding Edge Pictures, Blumhouse Productions  Durata: 1 h e 57 min. 



martedì 3 gennaio 2017

Pet, di Carles Torrens (2016)


Un thriller psicologico che ci racconta di un giovane uomo, custode di un canile cittadino, che una sera, dopo il lavoro, incontra su un autobus una sua vecchia compagna di liceo e se ne innamora. Questo "amore" diventa un'ossessione che lo porterà ad imprigionare la donna in una gabbia, ma non sarà tanto facile per lui sopravvivere all'incubo da lui stesso generato...


"Pet", di Carles Torrens, risente molto benignamente della tradizione cinematografica horror ispanica, tanto che al sottoscritto ha fatto venire in mente "The Others" (2001), di Alessandro Amenábar, film di tutt'altro tessuto, naturalmente, ma che sul piano delle architetture drammaturgiche possiede molte cose in comune con "Pet". Sto parlando soprattutto del capovolgimento radicale di prospettiva, che in questo film arriva però già a metà pellicola, mentre in quello di Amenábar spiazzava tutti solo negli ultimi minuti. "Pet", a differenza di "The Others" non attinge però a nulla di sovrannaturale. È un film che parla infatti di una perversione di coppia, di un classico fenomeno sado-masochistico, ma lavorandolo secondo modalità di scrittura originalissime, a volte acrobatiche, a volte esplicitamente gore oriented, molte volte completamente inverosimili, ma nel complesso mantenendo sempre attuned lo spettatore. 

È ovvio che non racconterò qui la trama del film, che va visto e assimilato a freddo, senza nessun riferimento, senza neppure visionare il trailer, direi. In questa recensione mi limiterò a dire che è il capovolgimento di prospettiva collocato più o meno a metà del girato, il vero colpo di genio del regista, che ci fa vedere improvvisamente un altro film, pur mantenendo invariato lo stilema del rapporto vittima-carnefice. Ho trovato poi questo film molto filosofico, proprio nel trattare il tema dell'Alteritá (alterità del Femminile per il Maschile, del Male per il Bene, della Verità per la Menzogna, dell'Umano per l'Inumano, etc.). Filosofico nel senso di Sartre, dell''enfer sont les autres', non importa se al di là o al di qua delle sbarre della prigione che ci imprigionano. Inoltre uno dei protagonisti, Seth, custode di un canile di una anonima metropoli statunitense, è peraltro già imprigionato all'interno di una solitudine quasi autistica, esattamente uguale all'autismo in cui è isolata Holly, l'altra protagonista, che fa la cameriera in un banalissimo drugstore della stessa città. Seth e Holly (lui un Dominic Monaghan che è in grado di rivestire perfettamente bene i panni di un soggetto inibito, ossessivo e solo; lei una Ksenia Solo fredda come un ghiacciolo, ma nel senso del "ghiaccio bollente") sono prigionieri chiusi in due fortezze diverse, che si trovano un giorno in contatto, per una pura fatalità. Ma si tratterà sempre, fino al tragico epilogo, di un contatto impossibile, di una distanza incolmabile, di uno scarto impossibile da sanare tra queste due Alterità. 

L'unico linguaggio possibile, l'unico codice comunicativo che i due membri di questa coppia possono utilizzare, è appunto quello della perversione, del feticcio che si fa oggetto inanimato, o comunque reso non umano, come unica via perché l'amore possa esprimersi. Un Amore che non è Amore, naturalmente, e d'altra parte cos'è l'Amore, sembra domandarsi Torrens mentre fissa i primi piani di Holly e Seth per accompagnarne i toccanti, acidissimi, sferzanti dialoghi, tutti imperniati, appunto, sul tema dell'amore e della sua consustanziale impossibilità. 

Oltre a Sartre, "Pet" mi ha fatto certamente pensare a Lacan, proprio a quel Lacan che afferma che "Amore è dare qualcosa che non si ha a qualcuno che non lo vuole", aforisma paradossale che chiama in causa l'Io come soggetto continuamente decentrato da sè, sempre alla ricerca di un Altro che gli faccia da specchio narcisistico, nell'inconsapevolezza che questo "specchio" si è rotto da tempo, oppure non c'è proprio mai stato. Le ultime, tragiche, inquietanti sequenze del film, ci dicono proprio questo, ci parlano infatti di una relazione umana fondata sul non riconoscimento, sul non rispecchiamento, sul grado zero dell'empatia come fondamento paradossale della relazionalità. 

“Pet” non è un film che può definirsi un capolavoro. Sono presenti nella pellicola molti scivoloni dovuti non saprei neanche dire a cosa: superficialità? Impulsività/focosità ispanica? Giovane età del regista? Peraltro Torrens a soli 32 anni mette in pista un circo emotivo non da poco, perbacco, e quindi possiamo pure perdonargli certi svarioni. Mi riferisco alle sequenze della morte cruenta di Nate, l'obeso poliziotto, che non ci sta affatto simpatico e che fin dall'inizio ci immaginiamo subito dovrà fare la fine che si merita. Tali sequenze sono obiettivamente tagliate a colpi di scure da un novantenne epilettico, più che lavorate al cesello da un giovane regista trentaduenne, e non ne capiamo davvero il motivo. Tutto sommato anche l'identificazione di Seth con il suo alienante lavoro di custode di cani destinati ad essere soppressi via iniezione letale,  poteva essere trattato con psicologia più raffinata, considerato il fatto che tutto il resto dei comparti (luci, sonoro, allestimento, etc.) sono tutti molto curati, in particolare la luce, sempre asciutta e limpida, come a voler dire “questa è la realtà, caro spettatore”. 

Ma Torrens si riscatta alla grande soprattutto nella traduzione complessiva della sceneggiatura molto intrigante di Jeremy Slater, e nei dialoghi, che sembrano scritti da uno psicoanalista lacaniano (come accennavo appunto più sopra). Dialoghi corrosivi, altalenanti, puro linguaggio della perversione, linguaggio dissanguato, dissociato completamente dall'affetto, e sfociante nella magistrale sequenza del dito, tanto inverosimile quanto potente se guardata da un versante puramente simbolico. Non so se Torrens avesse in mente sottotesti psicologici particolari, ma la visione di questo film mi ha fatto pensare alla perversione, al conflitto, all'ambivalenza inconscia presenti in molte coppie "normali", anzi, per dirla con lo psicoanalista inglese Christopher Bollas, "normotipiche", coppie il cui legame è fondato sul rancore, non tanto sull'amore, e nelle quali il rapporto si fonda sulla sopraffazione. “Pet” ha alcuni grossolani difetti stilistici (soprattutto nella seconda parte del film), che tuttavia è egregiamente capace di farci dimenticare attraverso la focalizzazione molto mirata ed efficace sull'interazione di una coppia intossicata da emozioni impensabili e naturalmente catastrofiche. Un film che chiude in bellezza il 2016 degli eventi cinematografici del genere Perturbante a noi caro.   

Regia: Carles Torrens Soggetto e Sceneggiatura: Jeremy Slater   Cast: Dominic Monaghan, Ksenia Solo, Jenette McCurdy, Da'Vone McDonald, Nathan Parsons, Janet Song.   Nazione: Spagna, USA  Produzione: Magic Lantern, Revolver Picture Company Durata: 1h, 34 min.


lunedì 26 dicembre 2016

The Autopsy of Jane Doe, di André Øvredal (2016)




Mentre indaga su una serie di efferati omicidi avvenuti all'interno di una villetta della provincia americana, lo Sceriffo Sheldon e il suo staff sono molto perplessi dal ritrovamento, nel seminterrato della stessa casa, dal corpo di una giovane donna che non ha nessun rapporto con la famiglia massacrata. Sheldon porta il cadavere della bella sconosciuta, soprannominata per l'occasione con il nome di Jane Doe, dall'anziano ed esperto medico Tommy Tilden, che insieme al figlio Austin Tilden, anch'egli medico, si mette al lavoro durante la notte, per poter dare qualche risposta a Sheldon. Austin dovrebbe in realtà uscire per andare al cinema con la fidanzata Emma, ma decide di rimanere col padre per dargli una mano. Nel corso di una notte tempestosa che col passare dei minuti si abbatte sulla città, durante l'autopsia effettuata sul cadavere della giovane donna, padre e figlio si imbatteranno in inquietanti e pericolose scoperte...

" The Autopsy of Jane Doe" è un film vecchia maniera, che si fa guidare da quell'antico spirito perturbante nato dalle radici della cultura popolare statunitense. Un Perturbante che nasce dal rapporto dell'uomo con il mistero della Natura, quella Natura ignota e ostile che i primi coloni stanziati nel New England intorno al 1700 si trovarono a dover affrontare in tutte le sue forme angoscianti. Senza voler produrre, come si dice, "spoiler" circa l'intreccio drammaturgico di questo film molto apprezzabile, possiamo senz'altro dire che Jane Doe porta egregiamente avanti il filone horror iniziato da "The Blair Witch Project" nell'ormai lontano 1999, e poi continuato altrettanto egregiamente da "The Witch", di Robert Eggers (2015). 

Evidenziate preliminarmente le radici antropologiche ispirative perturbanti di "The Autopsy of Jane Doe", occorre sottolineare che il regista André Ørvedal, tratta tale materiale in modo nuovo e sulla base di una sceneggiatura (scritta da Ian Goldberg e Richard Naing) a tratti un pò tagliata a colpi di scure, ma che in molti altri punti regala inquietudini raffinate e ben orchestrate. Sul piano della scrittura filmica, ad esempio, il viraggio verso il sovrannaturale, che avviene nella seconda parte del film, è ben costruito sul piano delle tempistiche narrative, ma poi si incarta nel chiuso di un bagno (mi riferisco alla sequenza dell'improvviso attacco della "creatura" al vecchio coroner che si sta lavando le mani nel lavabo, mentre il figlio Austin è nell'altra stanza), bagno dal quale il film poi non esce più, metaforicamente, fino alle ultime sequenze, purtroppo. Ma nonostante questi aspetti determinati da una scrittura che desidera andare "in fondo alla storia", catturata dalla tentazione dello "spiegone" storico a tutti i costi, il film riesce comunque a costruire atmosfere cupe e a generare curiosità nello spettatore aprendosi ad un uso del gore molto raffinato e mai urlato. Sono inoltre presenti omaggi (inconsapevoli? Non credo proprio) al genere horror cinematografico più classico, vedi la sequenza della morte di Emma, circondata dalle luci diafane del seminterrato, che ricorda un certo Fulci, ma anche un certo Raimi, pur depurati da stilemi derivativi e appesantimenti cui facilmente si potrebbe incorrere, trattandosi di una materia così facilmente degradabile. 

Credo però che il pregio maggiore di questo lungometraggio consista nel trattare il ritrito tema della possessione attraverso modalità originali, utilizzando certo una notevole dose di mistificazione e di sberleffo rivolto allo spettatore, che è portato a considerare il film, ad una prima occhiata, come un thriller, per poi vedere tutto un altro film, molto lontano da un thriller, ma che comunque mantiene sempre un elevato tenore perturbante. A tale riguardo le luci di Roman Osin aumentano il grado di inquietudine già presente in una scenografia molto ben allestita: la vecchia casa dei Tilden non nasconde infatti il suo passato, il suo vissuto familiare caratterizzato da questa strana "inseparabilità" di padre e figlio, senza una madre, forse continuamente rivista, "riconosciuta" nei cadaveri sui quali lavorano i due, giorno dopo giorno, quindi molto più presente di quanto ci si possa immaginare. Forse è proprio lei, Jane Doe, quella madre, che non vediamo mai, neppure in qualche ingiallita fotografia d'altri tempi, ma che ritorna nel corpo martoriato di Jane, vecchia e insieme nuova strega, come una madre, appunto. Una madre, in fondo, è - anche- sempre un pò una strega. 

La riflessione sulla corporeità è un altro elemento che fa segnare a questo film un punto decisivo nella gara eterna con altri film dello stesso genere, a noi preferito. Una corporeità mostrata nella sua nudità organica, senza nessun intento esibitivo o in stile torture-porn. Le torture sono evocate, fatte immaginare, e forse proprio per questo sono ancor più cruente, se pensate su una giovane e ignara donna come Jane. La corporeità, i suoi fluidi, il sangue, il cuore, il cervello, sono qui inoltre mostrati attraverso modalità molto lontane da uno stile francese tipo "A' l'intérieur" (2007) o "Martyrs" (2008), esempi nei quali interno ed esterno del corpo collassano diventando una metafora dell'invasione del confine dell'Io (altro tema peraltro "topognomonico" di un Perturbante classicamente inteso) da parte di un "male" che arriva da un esterno potente, violento quanto ignoto. Qui invece il Male è all'interno di un corpo studiato, analizzato da un'ottica scientifica, fredda, anatomopatologica (fino alla fine il vecchio Tommy dirà dei cadaveri redivivi: "Ma questi sono solo corpi!"). Un corpo perfettamente conservato all'esterno e che mostra il male che alberga al suo interno proprio attraverso la testimonianza medico-legale, attraverso la evidence based medicine. Un vero capovolgimento di prospettiva, potremmo dire, che si spiega ovviamente solo con un sovrannaturale che sovverte il tempo storico della morte, mantenendo in vita la vita ma solo come involucro che conservi il tramandarsi dell'odio, della vendetta, della memoria del sopruso. 

"The Autopsy of Jane Doe", ci parla quindi di tutti i soprusi. Ci parla delle morti anonime, delle prostitute uccise sui bordi delle tangenziali per vendette tra clan mafiosi, dei bambini annegati sui barconi al largo di Lampedusa, degli adolescenti delle banlieu o delle favelas massacrati dalle droghe e da una violenza insensata. Tutti loro, come la bella, giovane "strega" interpretata da una perfettamente cadaverica Olwen Catherine Kelly, sono delle Jane Doe, nome anonimo, impersonale, come impersonale è il Male che richiama in vita una loro impossibile domanda di risarcimento. 
"The Autopsy of Jane Doe": da vedere.  

Regia:André Ørvedal  Soggetto e Sceneggiatura: Ian Goldberg, Richard Naing  Fotografia: Roman Osin Montaggio: Patrick Larsgaard, Peter Gvodzas Cast: Emile Hirsch, Brian Cox, Ophelia Lovibond, Michael McElhatton, Olwen Catherine Kelly, Jane Perry, Parker Sawyers  Nazione: USA Produzione: 42, IM Global, Impostor Pictures Durata: 1h e 39 min.


domenica 18 dicembre 2016

Anish Kapoor

Roma, Macro, Via Nizza, 138
martedì/domenica, 10,30-19,30
Biglietto: 11 Euro (ridotto: 9 Euro)









domenica 20 novembre 2016

The Monster, di Bryan Bertino (2016)


Kathy e Lizzy, madre e figlia, si trovano in panne su una strada sperduta in mezzo a un bosco durante una notte di pioggia. Il rapporto tra le due non è idilliaco ed è giunto il momento per Lizzy, di trasferirsi dal padre. Le due protagoniste non possono tuttavia sapere che nella fitta boscaglia si nasconde una creatura crudele assetata di sangue...

Lo scarso tempo che ormai mi rimane per scrivere recensioni, risucchiato dai più vari impegni lavorativi, mi induce a visionare film che mi vengono perlopiù segnalati da amici blogger bravissimi e sensibilissimi rispetto alla materia che trattiamo qui, ad esempio la sempre ottima Lucia Patrizi oppure da altri che non cito altrimenti dovrei occupare lo spazio di metà recensione con i link dei loro blog (ma potete vederli tutti in fila nel blog scroll qui accanto). 

Veniamo dunque a quest'ultimo film di Bryan Bertino, autore acclamato (giustamente) di "The Strangers" (2008), home invasion movie ormai quasi cult del medesimo sottogenere, e opera prima di un Bertino che si era fin lì sempre e solo occupato del comparto luci su vari sets cinematografici. Direi che "The Monster" è da considerarsi la sua opera (per il momento) più matura, poiché possiede tonalità liriche di notevole spessore. La scrittura filmica mi ha fatto venire in mente, quasi immediatamente "La strada" di Cormac McCarthy(e credo che questa associazione, sebbene proveniente dal mio umile preconscio, non sia un caso), con la differenza che nel film ci viene raccontato il dolentissimo viaggio umano e reale di una madre e di una figlia la cui relazione problematica è narrata da Bertino con una finezza psicologica secondo me senza uguali. 

Si tratta di una relazione fondata sull'odio reciproco, e già questo non è poco. Si tratta di una relazione profondamente disfunzionale, che cattura subito la nostra attenzione molto più -è utile dirlo- del monstrum da cui viene il titolo del film. Questo aspetto a me pare il fulcro estetico di tutto questo film, che è, alla fine, più un bellissimo, toccante, dramma psicologico che descrive il rapporto mortifero tra una giovane madre, e una figlia (una bambina di circa 11,12 anni), che un film perturbante a causa del mostro di turno. Certo, la Creatura ha un suo ruolo ben centrale, all'interno dello script. Tuttavia il vero mostro è questo intreccio affettivo tra una giovane Ella Ballentine, che interpreta Lizzy (bravissima e da applauso a scena aperta per tutto il corso del minutaggio) e una altrettanto giovane, impreparata, dall'emotività borderline Zoe Kazan (intensa, arrabbiata, odiosa al punto giusto), nei panni di Kathy, la madre. Il vero mostro viene costruito da Bertino attraverso un'architettura narrativo-filmica che utilizza il flashback come metodo appropriato per mostrarci la "verità" circa la relazione tra le due "piccole donne": flashbacks che lentamente, ma inesorabilmente ci conducono verso un inchiostro nero depressivo, smontando tutte le nostre speranze di riscatto e di catarsi, avvolgendoci in un clima sempre più plumbeo che è accompagnato in modo ottimo da una colonna sonora orchestrata mediante beats secchi, martellanti. L'ambientazione tra boschi immersi in una pioggia che è simbolicamente rappresentazione di un legame simbiotico mortifero tra le due protagoniste, è indicatissima, soprattutto quando viene mostrata dal regista con alcuni tocchi molto poetici di inquadrature fisse e scure che riprendono foglie verdi gocciolanti oppure il pietrisco bagnato, oppure la portiera del pick up che gronda acqua, e ancora acqua. Sempre e solo acqua.

Dicevamo che non è tuttavia secondaria la figura del mostro. Ma anche qui Bertino innova considerevolmente il genere perturbante, poichè il mostro è radicalmente eccentrico, come dicevo più sopra, rispetto al ruolo delle due donne, che certamente devono lottare contro di lui, ma la vera lotta, potremmo dire, è già avvenuta quando Lizzy era nella pancia di sua madre: è certamente una bambina nata da un agito sessuale della madre, un errore di gioventù, considerato quanto Kathy è giovane per come la vediamo nel film. Inoltre Lizzy è una bambina maltrattata (la sequenza dello schiaffo che Kathy infligge a Lizzy è per noi molto più angosciante di molto inutile, torture porn che possiamo vedere ovunque). La bambina ha un "padre" che scorgiamo per pochi secondi durante una sequenza drammaticissima nella quale ci domandiamo come abbia potuto resistere emotivamente fino a quel momento in un ambiente così degradato sul piano psicologico. In questo senso dico che per Lizzy la "lotta contro il mostro" è cominciata molto, molto prima di incontrarlo sulla strada (in stile McCarthy) che percorre in automobile con la madre. Il mostro di Bertino è una sorta, quindi, di concretizzazione perturbante di molto, molto altro, un pò come il Babadook di Jennifer Kent. 

Certo, il finale appare un pò stiracchiato e poco credibile, soprattutto dopo che il regista ha costruito una psicologia del personaggio di Lizzy così venata da aspetti deprivativi sul piano affettivo che sono molto realistici. La sequenza della bomboletta spray assume qui la funzione di una sorta di "deus ex machina", che probabilmente in fase di sceneggiatura non deve aver molto convinto nemmeno lo stesso Bertino (che firma appunto anche lo script). Ma è pur vero che a Bertino non interessa l'azione in quanto tale, ma il pathos che riesce a far crescere di minuto in minuto, e in questo è un vero maestro. 

Film di grande profondità e levatura etica, "The Monster" si fa testimone di un degrado relazionale che vede i minori sempre meno tutelati e "accompagnati" da caregivers che appaiono invece sempre più carenziati sul piano affettivo e cognitivo (non solo negli Stati Uniti naturalmente, ma anche in Italia, e anche nel ricco Nord Italia, dove, ahimè lavoro da anni proprio occupandomi di situazioni familiari altamente disfunzionali...). "The Monster" è in sintesi un film che consiglio assolutamente di vedere.

Regia: Bryan Bertino Soggetto e Sceneggiatura: Bryan Bertino Cast: Zoe Kazan, Ella Ballentine, Scott Speedman, Aaron Douglas, Christine Ebadi, Chris Webb, Marc Hickox Nazione: USA Produzione: Atlas Independent, Unbroken Pictures Durata: 1h e 31 min.